Storia di una casa di campagna di Enrichetta Carafa Capece-Latro (2)

“Storia di una casa di campagna: la villa delle ginestre e Giacomo Leopardi” , libricino scritto dall’ultima proprietaria della villa, è del 1934.
Enrichetta Capece-latro è nata a Torino nel 1863, discendente da una nobile famiglia napoletana, moglie di Riccardo Carafa, conte di Ruvo, duca di Andria e senatore del Regno nel 1904. Scrisse poesie e romanzi e ne tradusse molti dei principali autori russi.
Abbastanza introvabile, abbiamo pensato di recuperarlo e riproporlo nella versione originale in due parti qui sul nostro portale.
La Duchessa d’Andria morì a Napoli il 5 marzo 1941.

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Seconda Parte

Mia nonna ricordava sempre l’aspetto triste e malaticcio del Leopardi, le sue mani continuamente fredde e sudanti, la sua incontentabilità, il disordine delle sue ore, i pasti stravaganti, la passione per i gelati e i cannellini di Sulmona, la notte fatta giorno e il giorno notte. Mio nonno invece apprezzava altamente l’onore di ospitare un uomo il cui immenso valore sarebbe stato presto rivelato al mondo intero, e amava conversare con lui e procurargli la compagnia di quanti uomini illustri nelle lettere erano allora in Napoli.
Fra gli amici e gli ospiti di mio nonno ricorderò Carlo Troya, i fratelli Baldacchini, il Filioli, il Volpicella, l’Imbriani, Cesare Dalbono, Basilio Puoti, il conte Antonio Papadopoli di Venezia, Nicola Corcia, l’improvvisatore Giuseppe Regaldi, l’archeologo Panofka, il conte Jacopo Graberg, Carlo e Alessandro Poerio, i Pepe, Lucia de Thomasis, Margherita d’Altemps, Maria Giuseppa Guacci.
In tempo anteriore mio nonno aveva anche conosciuto e ricevuto in casa sua Walter Scott, e serbava una grande ammirazione per lo scrittore inglese, ammirazione che fece poi condividere alle figliuole, le quali si commovevano alla lettura dei romanzi dello Scott, specialmente d’Ivanhoe, tanto che mia madre, nel suo entusiasmo fanciullesco, volle dare il nome di Roswald, il cane eroico che, in uno di quei romanzi, salva una bandiera, a un cane che amò molto e tenne per ben quindici anni.
Nella casetta alle falde del Vesuvio il Leopardi scrisse la Ginestra, il Tramonto della Luna, ultima questa fra le sue poesie, e molti dei suoi pensieri piú belli. Per uno strano caso, poco lontano dalla villetta abitava una giovane contadina che aveva il nome di Silvia, rarissimo in quei luoghi e che forse ella era l’unica allora a portare. Nelle sue passeggiate in compagnia di Antonio Ranieri, il Leopardi giungeva spesso alla rustica dimora di Silvia e s’intratteneva a conversare con lei delle cose della campagna e delle faccende domestiche, facendosi semplice con quella semplice creatura. Mia madre, dopo molti anni, rivide questa Silvia, che ricordava il «signore forestiere che pareva tanto malato».
In due riprese Giacomo Leopardi passò circa nove mesi nella villetta vesuviana e se ne giovò non poco per i suoi mali. L’aria balsamica, la quiete del luogo, la compagnia degli amici devoti dovettero arrecare certamente grande sollievo alla sua anima travagliata e al suo corpo infermo.
Ora alle «Ginestre» si conserva con nostalgica gelosia tutto il modesto arredamento della camera che egli abitò: la tavola da scrivere, il calamaio, la lucerna d’ottone, il seggiolone a bracciuoli, il lavamano, e perfino alcuni capi di biancheria usati da lui. Pare che quel seggiolone gli fosse specialmente comodo per la forma ampia e la spalliera diritta.
Nel 1838 mio nonno andò in Sicilia con l’ufficio di Procuratore del Re presso il Tribunale Civile e vi menò la famiglia. In Sicilia Clotilde si ammalò e poi morí a Napoli dove i Ferrigni tornarono definitivamente nel 1846. Clotilde era gentile della persona con gli occhi e i capelli nerissimi e il visino pallido e allungato. La sua morte gettò un velo di tristezza sulla famiglia.

Intanto gli eventi politici si maturavano e mio nonno, venuto in sospetto di liberale, fu destituito dall’impiego, sicché si mise ad esercitare l’avvocatura. Poi, nel ’59, si mandò ad arrestarlo, ma la moglie lo indusse a fuggire e il commissario di polizia, venuto per assicurarsi della sua persona, condusse via invece il genero di lui, Luigi Di Gennaro, che nel 1851 aveva sposato la figliuola Argia. Riconosciuto l’errore, Luigi Di Gennaro rimase però in carcere finché mio nonno non andò a costituirsi: subito, del resto, rilasciato perché nell’incalzare della marea rivoluzionaria Francesco II comprese quale errore avesse commesso nell’alienarsi tanta parte della cittadinanza piú eletta. Si volle correre ai ripari, ma era troppo tardi, Mio nonno rifiutò il portafoglio di ministro che andò ad offrirgli di persona il conte d’Aquila, zio del Re, e, per sottrarsi alle insistenze di quel principe, si ritirò come a rifugio nella villetta vesuviana, dove si tenne nascosto finché, partito il Re per Gaeta, rimase libero il campo all’entrata di Garibaldi, a cui andò incontro a riceverlo un comitato composto di degni cittadini e fra gli altri mio nonno. Mio nonno però non volle accettare neppure adesso di entrare, invitato dal Dittatore, nel ministero che si formò sotto la presidenza del Conforti. Se egli era lontanissimo dalle idee dei Borboni, non poteva far sue neppure tutte le idee garibaldine. Tutta la sua fiducia era riposta in Vittorio Emanuele e si recò, in compagnia di autorevoli napoletani, fra i quali era anche il cognato Antonio Ranieri, ad incontrare il Re a Grottammare e a portargli l’omaggio di Napoli.
Erano con lui la moglie e la cognata Paolina, entrambe fervide di entusiasmo patriottico. Mia nonna si adoprò con zelo a raccogliere sottoscrizioni pel dono che le donne napoletane offrirono a Vittorio Emanuele e che consisteva in una ricca tenda da campo.
Reintegrato nella magistratura come vicepresidente della Corte Suprema di Giustizia e nominato senatore del nuovo Regno, mio nonno volle intraprendere con la famiglia un giro per l’Italia, fermandosi in ogni città, anche nelle piú piccole purché avessero qualche interesse artistico. Nel frattempo s’era maritata anche l’altra figliuola, Calliope, sposando Antonio Capece-Latro, mio padre; e il Ferrigni con la moglie, le due figliuole, i due generi e i due nipoti Di Gennaro s’imbarcò per Genova iniziando il viaggio tanto desiderato per le contrade di quell’Italia la cui unione era stato il sospiro di tutta la sua vita. Sul bastimento s’incontrò col famoso patriota ungherese Kossuth e strinse amicizia con lui.
Dopo poco cominciarono i tristi tempi del brigantaggio nelle provincie meridionali. Le falde del Vesuvio erano infestate dalle bande del temutissimo Pilone e venne catturato, fra gli altri, il marchese Avitabile che aveva una villa poco distante dai Camaldoli. Pilone fece sapere alla famiglia che il marchese sarebbe stato ucciso se in tre giorni non gli si fosse versata la somma di ventimila ducati e che fosse tutta in oro. Indicava il modo con cui la persona incaricata di portare il denaro avrebbe potuto raggiungere lui, Pilone. La famiglia Avitabile non era in grado di metter insieme cosí a un tratto ventimila ducati. Si ricorse a parenti ed amici e la somma fu trovata. Un amico ebbe l’incarico di portare il denaro nel luogo indicato, quasi sulla cima del Vesuvio. L’amico si avviò da Napoli, ma, giunto alla villa Avitabile, pensò di poter far risparmiare alla famiglia parte della somma e nascose diecimila ducati in una materassa. Poi si recò all’appuntamento del brigante. Trovò Pilone con tre o quattro dei suoi che lo aspettava. Pilone era bellissimo della persona, con carnagione delicata, aspetto e modi signorili. Tutti i briganti erano avvolti in mantelli di finissimo panno. L’incaricato degli Avitabile si avvicinò assai turbato a Pilone e gli disse che la famiglia del marchese non era riuscita a riunire il denaro richiesto, sicché egli portava soltanto diecimila ducati. Pilone si ritirò un po’ in disparte per deliberare coi suoi, poi tornò dicendo che si sarebbe contentato dei diecimila ducati. Stese a terra il mantello e il denaro fu contato. – Va bene – disse.- Ora farò venire il marchese.-, poco dopo comparve il marchese. – Potete andare – gli disse Pilone, – e perdonateci. – Il marchese e l’amico si avviarono per la discesa ed erano già lontani quando furono richiamati da uno dei briganti.
Si puó figurarsi lo sgomento dei due. – Ecco il vostro fucile – disse il brigante al marchese. – Ve lo riporto – acciocché non diciate che siamo ladri.
Pilone pensò di stabilire il suo quartier generale nella villa Ferrigni. Il guardiano e la moglie furono minacciati con le pistole e dovettero cedere alla forza e aprire la casa. Il guardiano si chiamava Cieco e la moglie Rosa ed erano conosciuti col nome degli antichi padroni, Simioli.
La gendarmeria era alla ricerca di Pilone e la banda, avvertita, si allontanò; ma i due guardiani furono arrestati come manutengoli e condannati a dieci anni di carcere, che scontarono. Pilone fu ucciso da un delegato di pubblica sicurezza parecchi anni dopo, mentre traversava di pieno giorno il largo delle Pigne, ora piazza Cavour, solo e inerme. Chi ne vide il cadavere notò la bianchezza e la finezza delle mani e l’eleganza della biancheria. Ricordo di aver visto in casa di mia nonna i due vecchietti usciti di carcere. Io, bambina, li guardavo con un misto di curiosità e di terrore. L’uomo non parlava, ma la donna, una vecchietta arzilla, col viso grinzoso come una mela d’inverno, raccontava vivacemente la loro terribile avventura.
Bisogna compatirci diceva: – se li aveste veduti quei diavoli! Da una mano avevano una pistola e dall’altra una borsa piena d’oro.

Nel ’64 morí Luigi Di Gennaro, e sulla sua sepoltura nella cappella di famiglia si legge quest’iscrizione dettata da Antonio Ranieri:

LUIGI DI GENNARO
AVVOCATO E MAGISTRATO
OPEROSO INTELLIGENTE PROBO
FINÌ DI TRENTACINQU’ANNI
FELICE
CHE LA MORTE IMMATURA
NON GLI TOGLIESSE DI VEDERE LIBERA ED UNA
LA PATRIA

Alla fine di quell’anno morí anche mio nonno Ferrigni, a Torino, vicepresidente del Senato. Io avevo quindici mesi.
Fatta la divisione dell’eredità paterna fra le due sorelle, la casetta di campagna toccò a mia zia. Per parecchi anni nessuno vi andò, perché c’era sempre timore dei briganti. Finalmente nel ’68, credo, la famiglia vi si recò di nuovo. Il Prefetto aveva mandato delle guardie per sicurezza degli abitanti e io rammento i letti che la sera si preparavano nell’androne e i fucili poggiati in un angolo. Queste buone guardie, che non avevano nulla da fare, passavano la giornata a divertire noi ragazzi, tagliandoci dei bastoncini, facendoci dei piccoli bastimenti con pezzi di sughero, dei panierini con steli di ginestra. Noi volevamo loro un gran bene. Mi è ancor vivo alla mente il senso di mistero che mi pareva fosse in quella casa già abitata dai briganti, e la sera, nel silenzio della campagna deserta, nel buio interrotto appena da qualche lumicino lontano, provavo una paura che non era priva di una certa delizia, quella paura vaga dell’infanzia che non si ritrova piú nella vita e che è fra i ricordi piú belli della prima età.
Intorno alla casa mio nonno aveva fatto piantare dei cipressi a imitazione delle ville toscane, e ciò con grande stupore e biasimo dei contadini che ritenevano i cipressi di cattivo augurio. Sulla lava aveva anche tentato di far crescere dei pini. Egli col bastone faceva un buco in terra e le figliuole mettevano dei pinoli nel buco.
Ora i pini cominciavano ad esser grandicelli e mia zia se ne compiaceva infinitamente. Comprò un altro appezzamento di terra con un’altra casa colonica, e là ancora i pini crebbero negli anfratti della roccia vulcanica, sicché a poco a poco si ebbe una grande e bella pineta.
Mia zia aveva un’anima di artista. Viveva isolata fra i suoi libri, i suoi pennelli e i suoi pensieri. Per sua sventura, non ebbe mai la forza di carattere necessaria per darsi interamente all’arte o alla letteratura. Piú colta di quasi tutte le sue contemporanee, conoscendo perfettamente il francese, l’inglese, il tedesco e lo spagnuolo, dedita a studi filosofici, mancava però di quella vivacità spirituale che dà colore all’intelligenza. Diffidava di sé, aveva paura di seguire lo slancio del suo pensiero, non sapeva trovare espressione ai suoi sentimenti e li chiudeva in un silenzio gelido e malinconico.
Nel ’68 sposò Enrico Lang, garibaldino, reduce da Mentana, pittore simpatico e uomo di cuore. Ma fu sempre angosciata dal rimorso di aver dato un padrigno ai suoi due figliuoli e si torturava in un continuo rimpianto di quello che avrebbe potuto essere e non era stata la sua vita.
Dei suoi due figliuoli il primogenito, Quirino, poca attitudine ebbe agli studi e vegetò senza far parlare di sé per tutta la sua non lunga esistenza.
Invece l’altro, Americo, si fece molto onore nelle discipline umanistiche, fu libero docente di lettere latine nell’università di Napoli, aumentò con amore la già ricca biblioteca di casa che lasciò poi allo Stato e continuò le tradizioni di cultura della famiglia materna.
Nel novembre del 1880 mia nonna morí subitamente nella villetta vesuviana. Fra quei contadini fu una desolazione immensa. Tutti l’adoravano per la sua generosità spinta fino ai limiti della prodigalità. Quando andava in campagna, portava seco pezze di tela e di panno, che tagliava e distribuiva largamente in giro. Ogni giorno faceva fare il desinare per tutti i contadini dei diversi poderi, e quando c’erano operai – e ce n’erano spesso, specialmente muratori perché mia zia aveva la passione della fabbrica – anche tutti gli operai avevano il desinare. Nel giorno dei morti faceva mettere davanti alla casa enormi caldaie di castagne e ognuno che passava ne riceveva una scodella ricolma. Non c’era persona che si rivolgesse a lei senza averne soccorso.
I contadini vollero portarne a braccia la bara per oltre un chilometro, fino alla strada dei Camaldoli dove la deposero sul carro funebre.
Mia zia, oltre ad ingrandire la casa, comprò ancora altra terra, sicché la tenuta diventò abbastanza importante. Credo che il suo maggior piacere nella vita sia stato quello di passeggiare fra i suoi pini, di tracciare vialetti, di far lavorare sedili per riposarsi nei posti piú belli e di passare delle ore in silenzio, nella solitudine della pineta.
Il 31 dicembre 1902, dopo lunghe sofferenze, mia zia morí, in piena coscienza e ripetendo le parole di Goethe morente: Datemi ancora piú luce. – Col suo testamento lasciò la villa, che aveva tanto amata al figliuolo Americo.
Il marito, dopo la morte di lei, si ritirò per gran parte dell’anno nella casetta, quasi nascosta nella pineta, che mia zia aveva comprata insieme con la terra confinante con l’antica proprietà dei Simioli, e a lungo la gente del luogo lo vide per quelle parti (giacché morí in età avanzatissima) sempre vestito bizzarramente da cacciatore, col fucile a tracolla, con gli stivaloni, con la sua eterna pipa in bocca, con la sua eterna cravattona bianca che gli si avvolgeva con piú giri al collo. Faceva lunghissime escursioni sul Vesuvio e per la campagna circostante, sempre solo o per meglio dire in compagnia della sua cagnetta Miss, una brutta lupetta bastarda. La sua casetta era uno strano emporio di cose eteroclite: vecchi mobili, gabbie di uccelli, libri, stampe antiche, attrezzi da falegname, ceste, barilotti, rotoli di funi, cavalletti da pittore. Seguitava a dipingere ma dipingeva sempre gli stessi motivi: i pini. Ai sentieri e alle radure della pineta aveva dato nomi che gli ricordavano la sua gioventú: viale Mentana, piazza Roma, via Cairoli, quadrivio Garibaldi. Cosí solitario, vestito in quel modo, pareva Robinson Crusoe. Si fabbricava tutto con le sue mani: tavole, pollai, case per i conigli. Quando i contadini volevano qualcosa, andavano da lui, che era sempre pronto a dare un gomitolo di spago, dei chiodi, del chinino, delle cartucce, del tabacco, tutto quello che aveva. Morí nell’aprile del 1916.
Americo aveva sposato nel 1897 Adelaide Leopardi, figlia del conte Giacomo che a sua volta era figlio di Pier Francesco, fratello del grande Giacomo. Le tradizioni leopardiane della famiglia furono certamente incentivo all’amore di mio cugino per quella fragile, gentile, ingenua creatura poco piú che ventenne. Le nozze furono assai contrastate dalla famiglia Leopardi e anche da mia zia, spinta forse inconsciamente da gelosia materna, e già in quel tempo inchiodata dal male su di una poltrona. Americo, dopo un matrimonio fatto clandestinamente a Recanati, sorprendendo il parroco, come nei Promessi sposi, condusse Adelaide nella casa dove era stato ospite il grande prozio di lei. Quella timida e soave giovinezza fu come un raggio di sole nella vecchia casa. Ma per breve tempo. Un terribile tifo l’abbatté in pochi giorni e, dopo tre mesi appena di matrimonio, Adelaide morí, a ventidue anni, malgrado le cure dei piú rinomati medici napoletani che fecero sforzi disperati per salvare quella giovanissima vita. Il dolore di Americo fu selvaggio.
Per piú di un anno non gli fu possibile di prender cibo seduto a tavola, ma si faceva portare un piatto qua o là e dormiva su di una materassa gettata in terra, ora in una stanza ora in un’altra, Americo aveva ereditato dalla madre l’intelligenza acuta e squisita, ma anche l’incapacità a vivere, Si formò una straordinaria cultura, ma non seppe trarne vero profitto; ottimo di cuore, non si fece amare come avrebbe meritato; integerrimo nella vita, non fu stimato al suo giusto valore.
Anche le sue aspirazioni politiche gli furono funeste. Dopo alcune elezioni andate male, riuscí ad essere Deputato, ma scarsa ed intermittente fu la sua attività alla Camera. Insomma, quel darsi alla politica lo distolse dagli studi e la sua fu una vita sciupata, mentre aveva tutte le qualità che si richiedono per riuscire a conquistare un posto eminente nel mondo: probità, bontà, ingegno, sapere. Ma tutto gli fu vano. A cinquant’anni morí, lasciando in testamento a mio figlio Antonio la casa cui davano pregio grande i ricordi leopardiani. Non avevo idea che si potesse morire con tanta serenità, con tanta coscienza fino all’ultimo istante. Ai due sacerdoti che lo assistevano suggeriva le parole delle preghiere per i moribondi. Volle che accendessero le candele e si preoccupava perché uno dei sacerdoti accostava troppo la manica alla fiamma della candela che aveva in mano e poteva bruciarla. Al medico che gli stava al capezzale chiese: Quanto tempo ancora? – E, come quegli esitava a rispondere, disse: Vorrei che non dovesse durare piú di un quarto d’ora perché sono stanco.
Mio figlio, che non aveva ancora compiuto ventun anno, era appassionato di studi letterari e mio cugino lo amava molto. Poco dopo, egli pubblicò nella Nuova Antologia una raccolta di lettere di Giacomo Leopardi ad Antonio Ranieri, delle quali possedeva gli autografi, e le fece precedere da una prefazione: lettere e prefazione che furono poi messe in appendice alla ristampa che si fece dei Sette anni di sodalizio di Antonio Ranieri.
Mio figlio prese possesso della villa e vi ci trasferimmo tutti nell’estate di quello stesso anno 1907. Io ritornai alla casa tanto cara alla mia infanzia dopo quindici anni di assenza e ne provai una indicibile commozione. Ma l’attaccamento a quei luoghi, che avevo fuggiti dopo una crudele sventura, riprese il disopra nel mio animo e mi diedi con fervore ad aiutare mio figlio nei restauri resi necessari per adattare la casa ai bisogni della nostra abbastanza numerosa famiglia. Fu creata la terrazza che ora circonda la casa e che permette alla vista di spaziare da tutt’e quattro i lati. Molti mutamenti si dovettero fare perché l’antica dimora rispondesse un poco alle esigenze dei tempi nuovi; ma intatta fu mantenuta la camera abitata settant’anni prima da Giacomo Leopardi, e ora la custodisce con cura amorosa mia figlia Vittoria, contessa de Gavardo, che ha acquistato la casa dal fratello dopo che egli, rimasto vedovo di Fiammetta Soderini, creatura dotata di ogni piú ricco fulgore spirituale, ha preso l’uso di passare molti mesi lontano da Napoli.
La casa che chiamammo «Le Ginestre», dichiarata monumento nazionale, è mèta di continui pellegrinaggi, e la strada che vi conduce, ora carrozzabile, ha preso il nome di Giacomo Leopardi. Sicché la memoria di lui è ancora fresca in quei luoghi dove il maggio ogni anno fa rifiorire le ginestre, quel mare giallo che dové abbagliare, circa un secolo fa, gli occhi stanchi del Poeta.

FINE SECONDA PARTE

redazione

La redazione di torreweb.it

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