In uno scritto giovanile Benedetto Croce parla di Torre del Greco e “scopre” Lucrezia d’Alagno

Appena diciannovenne, collaboratore di una prestigiosa rivista culturale, Croce, ospite della nostra città, ne preconizza un fulgido futuro, ma è una figura del passato legata alla storia di Torre che attira la sua attenzione, la giovane amante del re Alfonso d'Aragona

Benedetto Croce aveva appena diciannove anni, quando comincio a scrivere, nel 1885, per la “Rassegna pugliese di scienze, lettere ed arti” di Valdemaro Vecchi. Articoli poi raccolti in un volumetto sotto il titolo “Figurine goethiane”, firmati Gustave Colline. Tratteggiavano le figure storiche di diversi personaggi rinascimentali.

In queste pagine erano già evidenti i tratti distintivi del grande pensatore: accuratezza nell’indagine, minuziosità nella ricerca, vastità delle informazioni, precisione bibliografica e uno stile letterario chiaro, semplice e inconfondibile. Questi studi monografici, oltre ad iniziarlo al metodo della rigorosa ricerca storiografica, gli permisero di entrare in contatto con alcuni dei più noti collaboratori della “Rassegna”: Raffaele Cotugno, Tommaso Fiore, Giustino Fortunato, Giovanni Beltrani, Raffaele De Cesare, Ottavio Serena, Giovanni Jatta.

La scelta dello pseudonimo, poi: Gustave Colline – uno dei quattro personaggi del libretto “Scene di vita di Bohème” dello scrittore francese Henri Murger – un filosofo bohèmien, erudito bibliofilo, immaginiamo quanto il giovane Croce si riconoscesse in questo affascinante ritratto…  

Anni dopo Croce definirà quei saggi «scrittarelli, articoletti pubblicati prima dei vent’anni, pagine miscellanea che avevano per me semplice interesse di modesta curiosità, in tempi in cui andavo alla ricerca di me stesso e della mia vocazione filosofica della quale qualche barlume si intravedeva, considerando quegli interventi presso la Rassegna Pugliese un immenso lavoro di preparazione e di studio».

In questo primo scritto dedicato alla nostra città, il giovane Benedetto parte proprio dalla descrizione dei luoghi, della storia e delle peculiarità degli stessi, citando poi l’opera imprescindibile di Francesco Balzano “L’antica Ercolano, overo la Torre del Greco, tolta all’obblio”. Ma è poi il personaggio di Lucrezia d’Alagno ad affascinare oltremodo il giovane filosofo, che continuerà nelle successive epistole, è questa la forma adottata in questi scritti, ad analizzare la storia della giovane amante di Alfonso d’Aragona.

La scelta dell’adozione della forma epistolare sarà poi spiegata alla fine del testo.


A G. C.
NOTIZIE STORICHE
LETTERA PRIMA.

Mio caro Amico,
da molti giorni mi trovo qui, a Torre del Greco. È un paesetto, che ha un bel passato, e potrà avere perché no? un bell’avvenire. Dico che ha un bel passato, perché nei secoli scorsi fioriva meravigliosamente per un commercio, che i suoi abitanti erano quasi unici in Italia a esercitare, il commercio dei coralli. Ora, quantunque i tempi mutati e la concorrenza che gli si fa, diminuiscano di molto gli antichi guadagni, il corallo è ancora per esso una gran ricchezza, e lo vedi dovunque quasi a simbolo dell’imperio, che esercita sul paese. Le poche botteghe son botteghe di corallai: gli uomini del paese sono pescatori di corallo; le donne, lavoratrici di corallo; l’arena del mare è tutta cosparsa d’una polvere rossa, ch’è polvere di corallo. E la Torre deve ad esso la sua superiorità economica sugli altri paesetti vicini. – I Torresi notano con orgoglio che tutti i pezzenti, che seccano colle anime du priatorio, i signori che vengon qui a villeggiare, non sono del paese, ma si muovono come in sacro pellegrinaggio da Portici, da Resina, da San Giorgio, ecc. Essi non fanno, e non ne hanno il bisogno, il mestiere di pezzenti: essi lavorano tutti e guadagnano tutti. È un paesetto con una popolazione relativamente grandissima: circa 30 m. abitanti. Portici e Resina, che ne hanno 12 mila ciascuno, tutt’e due insieme non potrebbero a gran pezza agguagliarlo. La fecondità straordinaria delle loro donne sogliono attribuirla ai molti matrimonii, che conchiudono fuor del paese, come si conviene a gente di mare. Il bell’avvenire potrebbero sperarlo, non dico dal risorgere all’altezza primitiva del commercio del corallo (che non è possibile), ma dalla tendenza, che si comincia a manifestare da cinque o sei anni, di trasformarlo man mano in luogo di villeggiatura. L’aria c’è bellissima: un’aria di mare, e al tempo stesso, di montagna; contraddizione, che si spiega benissimo, quando si dice, ch’esso è situato sul golfo di Napoli sì, ma alle radici del Vesuvio. I medici sogliono consigliarlo per molte malattie. L’ospedale degli Incurabili vi ha fondato una sua succursale; e per tutto il paese si vedono spettacolo in uno lieto e triste – numerose facce di convalescenti. La sua posizione, esteticamente, è meravigliosa. Alle spalle gli s’innalza come un gran scenario l’azzurro Vesuvio: dinnanzi gli si slarga, come un fresco e salubre lavacro, pronto ad accoglierlo, il mare; di sopra (continuo i paragoni), come una tenda di seta pallida, gli si distende quel bel cielo napoletano, che i napolitani nominano così spesso, e par che loro dia il diritto del non far nulla, assumendosi da solo il carico di tenere alta la fama di Napoli! (M’accorgo che fo i periodi come nel 500 il valoroso senatore Vincenzo Borghini: quei periodi, che il Davanzati chiamava i palinfraschi del Borghini. Ti prego di scusarmene, ma non posso prometterti che in seguito non ne farò più). Gli edifizi del paese si vergognano un po’ del Vesuvio, del cielo e del mare: perché irregolari, brutti, sporchi. Ma, se la villeggiatura diverrà sempre più numerosa, anche a questo si rimedierà. Ora già vanno sorgendo qua e là bei palazzetti, e uno, fra gli altri, proprio allo entrar del paese, che è un gioiello di grazia ed eleganza: un castello medioevale, merlato, dipinto in azzurro, che si innalza leggiero leggiero nel mezzo d’una villa, e sembra (come deve difatti sembrare in quel luogo e per l’uso cui serve) un castello fatto per burla.

I Torresi dicono anche che essi hanno una storia. Portici e Resina non hanno storia; ma la Torre, prima di tutto, può ricordar le sei o sette volte, che fu abbattuta ab imis fundamentis dal Vesuvio; e come sempre, quelle sei o sette volte, per la costanza dei suoi abitanti risorse. Può ricordare, e questa è la sua gloria, d’essere stata una delle prime terre ad affrancarsi dalla servitù feudale, perché nel seicento (non so ora esattamente l’anno e i particolari) con un debito che fece, pagò il barone, che la possedeva, e divenne libera. Ora paga ancora, non so a chi, gli interessi tenuissimi di questo debito non piccolo, e da più di due secoli celebra una festa commemorativa di quella liberazione, ch’è famosa anche fuori del paese, e si chiama la festa dei quattro altari.

Ho sentito raccontar ieri queste cose nella farmacia del paese, e nella farmacia stessa m’è stato possibile di aver notizia d’uno storico, che la Torre ha avuto nei secoli scorsi, come ogni minimo paesetto d’Italia. È costui un Francesco Balzani, scrittore della fine del seicento, del quale restano ancora nella Torre i discendenti. La sua opera, che ho trovata alla Bibl. Naz. di Napoli, s’intitola: L’Antica Ercolano ovvero la moderna Torre del Greco, Napoli 1688. È un libriccino non grosso, e piuttosto raro. È preceduto da sonetti italiani e da versi latini in lode dell’autore, secondo l’uso del seicento: uno degli elogiatori giocando sul nome Balzani, gli assicura che per questa opera la sua fama balzerà fino al cielo! In questo libriccino c’è di tutto: le notizie sopra Ercolano (che allora, come sai, non s’era scoperta ancora), le notizie sulla Chiesa Torrese, sul primo apostolo, che venne a convertire i fieri adoratori di Ercole, le incursioni dei Saraceni, la fondazione tradizionale di Torre, la sua storia guerresca, le eruzioni del Vesuvio, ecc. Pare che di veramente storico ci sia questo: che verso il vi secolo Torre del Greco non esisteva ancora: sul suo terreno due villaggetti s’elevavano, Sola e Calistro (del quale ultimo resta ancora il nome a una parte del paese trasformato in Calatro); Federico II vi fece costruire una torre, probabilmente per difesa dai pirati; fino ai principii del XV secolo si trova sempre nominata Turris Octava, forse perché otto miglia lungi da Napoli e solo ai principii del 400 a Torre Ottava si venne man mano sostituendo il nome di Torre del Greco, che ora regna senza rivali. Perché fosse detta del Greco non si sa bene. L’affermazione del Dalbono (Guida di Napoli) che fosse fondata dai Greci è ridicola. Nel paese si racconta una specie di leggenda, e il Balzani stesso ce la riferisce in forma letteraria. Sotto il regno di Giovanna II un romito venne di Grecia e portò seco del vino greco: la regina lo gustò, e molto le piacque, e volle dare al romito un pezzo di terra a Torre Ottava, perché vi piantasse dell’uva greca, e producesse sempre nell’avvenire di quel buon vino! C’è una fontana alla Torre, grande, e comoda, e ricca di acqua bellissima, recentemente ingrandita, e resa atta a lavorarci e a lavarci il corallo, che si chiama, o, almeno, si chiamava nel seicento, la fontana del monaco, in memoria forse appunto di questo romito.

Poi c’è anche nella Torre un’altra memoria storica rispettabilissima: c’è la memoria di Lucrezia d’Alagno. Chi era Lucrezia d’Alagno? Se vai nel cuore del paese, e vedi quattro stradicciuole parallele, di egual lunghezza, che vengono a limitare coi loro estremi una specie di quadrato, e domandi perché si chiamino gli orti della Contessa, ti sentirai rispondere che là c’erano nei tempi antichi le case e gli orti di Lucrezia d’Alagno. Se vai alla via Piscopia, ti si dirà che una di quelle case, che ha l’aria di una certa antichità, era la casa di Cola d’Alagno, capitano di Torre del Greco. Se vai a vedere la fontana del monaco, non mancherà certo qualche erudito del paese, che ti farà sapere che là un tempo Alfonso d’Aragona passava le lunghe ore delle sue giornate, quando dimorava a Torre del Greco, innamorato di Lucrezia d’Alagno? Se vai, infine, a visitare il Municipio, ti si dirà che quel Municipio una volta anche palagio feudale, fu nel quattrocento l’abitazione di Alfonso d’Aragona, quando se ne scappava di Napoli, per godersi, sotto il puro cielo di Torre del Greco, gli amori di Lucrezia d’Alagno. Chi era, dunque, Lucrezia d’Alagno? È chiaro, un’innamorata di Alfonso d’Aragona; e basta conoscere un po’ la storia di Napoli per sapere com’essa riempia del suo nome gli ultimi anni della vita di questo re, dal 1450 al 1458 press’ a poco. «Este fue aquella celebrada por todas las naciones por los favores que este Principe le hizo, Clamada Lucrecia de Alano» dice lo storico d’Aragona, Geronymo Çurita (Los Anales de la Corona de Aragon Caragoça – Ano MDCX, tomo III, fol. 320). È quella Lucrezia d’Alagno, della quale il Settembrini racconta brevemente la vita nel suo grazioso opuscolo sul Palazzo Cuomo, e sulla quale Carlo Tito Dalbono compose uno, al solito, bruttissimo romanzo. (Vizi e virtù d’ill. fam. – 2. ediz., pag. 161-230). È la Pompadour o la Dubarry della Napoli del secolo decimoquinto.

I miei gusti d’erudito tu li sai, e comprenderai benissimo come questo nome, congiunto qui a così varii ricordi, mi abbia desta una grande curiosità, e una gran voglia di soddisfarla. Ho riscontrato in questo mese molti libri di storia napoletana, varie cronache, alcuni manoscritti genealogici della Bibl. Naz. di Napoli, e vado raccogliendo ora man mano molte notizie su di essa, meno numerose di quel che vorrei ma pure non scarse. Ho cercato anche di mettermele a scrivere per ordine, ma non ci sono riuscito. Io non son nato per esser buono scrittore, amico mio; ma io ho una virtù: ho un certo gusto; e questo gusto m’ha fatto accorto che la parte che io ne aveva scritta, mancava di quel che io chiamo giusta intonazione. Il tema non si adatta né a una narrazione grave, né (per le molte e pesanti ricerche d’erudizione) a una narrazione gaia e leggiera; ed io, ohimė! ho fatto nel mio manoscritto una così goffa mescolanza di entrambe le maniere, grave e leggiera, che, nel rileggerne stamane, uscendo di letto, qualche pagina, l’ho gittato subito via con disgusto, esclamando a me stesso gentilmente: Va che sei una bestia! Poi ho pensato: Le notizie ci sono: possibile che la forma m’abbia a mancare! Eppure ho detto tante volte che la forma è la proiezione del pensiero! Maledette teorie! Ti scappano di mano, quando debbon renderti servigio! Ma, vediamo un po’! Non potrebbe esser che la colpa fosse tutta mia, che voglio imporre al mio modo di veder le cose una forma, che gli è estranea? Se potessi raccontarle chiacchierando queste notizie! Come mi sarebbe facile! Tutte notizie slegate, minute, senza un fil di logica, senza che costituiscano tra di loro una narrazione ben costruita e sviluppata. Se le raccontassi chiacchierando, non sarei costretto a lasciarne da parte molte, come dovrei necessariamente fare, se volessi ridurle tutte nel letto di Procuste della narrazione storica! Perché non le espongo, dunque, in una serie di lettere? Chi me lo vieta?

A quest’ultima domanda non è venuta risposta alcuna, e allora ho preso una penna e un foglietto di carta, e ho cominciato a scrivere, come quando studiavo prima ginnasiale: Mio caro amico, e ho composto il prologo. Ora seguono le notizie.

Prima però che seguano, eccoti una dichiarazione.

Mi scuserai tanto se del dirigerti queste cinque o sei lettere non brevi, io non t’ho chiesto il permesso. Gli è che io non pretendo che tu mi stii a sentire: mi basta solo ch’io ti faccia, senza impedimento, il mio rendiconto. Tu devi essere per me quello che, nella notissima fiaba popolare, il bastone e il cappello per Giovanniello della Verità: quel bastone e quel cappello, che, situatigli innanzi, ascoltavano i discorsi, che, a prova della sua forza di mentire, esso gl’ indirizzava. Non so se parlo chiaro: tu potresti essere, insomma, anche un bastone e un cappello, e sarebbe sempre lo stesso. Tu sei un pretesto.

Torre del Greco, 15 agosto (1885, ndr)

Gustave Colline

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