Da pescatore di spugne a raccoglitore di conchiglie

Continua la narrazione di Sebastiano Borriello sulla storia della sua famiglia. Ci troviamo adesso nel periodo che va dagli anni trenta alla triste epoca della seconda guerra mondiale (1931 – 1943). Viene descritta la modalità dei viaggi per la compra delle conchiglie e la loro pesca, che è simile per diversi aspetti con quella delle spugne. E’ un periodo difficile e doloroso fatto di lontananza, bombardamenti, lutti e diverse disgrazie.

La ditta Teresa Raiola vedova Coscia, di cui Domenico Borriello (mio padre) era, ormai, socio di fatto, nasceva in un periodo di congiuntura economica che risentiva ancora della crisi mondiale del 1929. Reperire capitali non era facile. Pur tuttavia, la vedova di Vincenzo Coscia, grazie anche allo stimolo delle sorelle e particolarmente del fratello Giuseppe (Peppino) Raiola, anche lui commerciante in scala ridotta di cammei ed affini, riuscì a reperire quanto poteva servire per l’acquisto dei primi lotti di conchiglie e di quanto era necessario per una vita dignitosa per la sua famiglia e quella della moglie di Domenico.
Spettava al marito della nipote Carmela (mia madre) il compito di reperire, nel minor tempo possibile, dei lotti di conchiglie di qualità e facile vendita onde evitare immobilizzo di capitale.
La materia prima per le incisioni di cammei è, infatti, un meraviglioso guscio calcareo, univalve o bivalve, di mollusco marino. Riveste interamente o in parte il corpo dell’animale invertebrato. Per rendere commerciale la conchiglia, si estrae il corpo viscido. Operazione che richiede molta perizia. Se l’estrazione riesce in pieno si evita quell’odore acre pungente di corpi decomposti, anche se misto ad essenza di salsedine di mari esotici. Sono gli stessi pescatori a farlo, lungo spiagge di sabbia dorata o vegetazioni di mangrovie. Una volta pulite, le conchiglie, anche se in quantità discrete, secondo l’esito della pesca, vengono cedute, spesso, tramite baratto con prodotti di prima necessità o tessuti dai disegni geometrici e colori smaglianti, a commercianti per lo più indiani con postazione sparse lungo i litorali a notevole distanza dai centri abitati. Non è certo facile assortire un buon lotto di conchiglie idonee ad essere incise. Bisogna tener conto di alcuni parametri di consistenza e qualità dei tre strati che compongono il guscio. Importante è lo spessore e la forma della crosta da incidere, come del fondo e del colore vivido: rosso, arancione, bruno-scuro, tonalità specifiche secondo la specie.

Tenendo a mente detti parametri, dopo un primo viaggio esplorativo ed esperienza acquisita, l’avventura itinerante di mio padre ebbe inizio lungo le coste e le isole dell’Oceano Indiano.
Su piroscafi di linea misti di merce e passeggeri, diretti in South Africa. Generalmente in partenza da porti italiani, per lo più Venezia, con imbarchi preferibilmente a Brindisi.
Al di là degli scali ad Aden, Mombasa, quelli più importanti erano i porti del Mozambico, Madagascar, Comores, eventualmente Sea Shell, fino a Cape Town.
Da un taccuino, reperito di recente, relativo ad uno dei primi viaggi, possiamo farci un idea dell’operato di mio padre. Pur tenendo in conto lo scopo primario, la compra di conchiglie, cercava di promuovere la vendita di manufatti torresi e del made in Italy. I ricavi delle vendite potevano servire a far fronte nell’immediato alle spese di viaggio, senza intaccare, possibilmente, le disponibilità finanziarie destinate alla compra, appunto, prioritaria: le conchiglie.

Ancor più, balza evidente dagli appunti l’interesse che mostrava a individuare nei mercati visitati i prodotti indigeni che potessero essere commercializzati in Italia.
Prima del rientro a Torre del Greco, il quantitativo delle conchiglie comprate, insaccato in doppi sacchi di iuta, veniva imbarcato con destinazione Napoli. Sdoganato il lotto, con camion in affitto, avveniva il trasporto fino al deposito della ditta a Torre.
Dopo un controllo e un’eventuale nuova verifica ed assortimento delle qualità, effettuate da personale competente, la vedova Coscia, magari aiutata da qualche figlio più grande, definiva le condizioni di vendita. Tramite mediatori locali di fiducia (è doveroso esternare un ricordo riconoscente a Geremia Palomba) veniva scelto l’acquirente del lotto intero o parte di esso.
Al di là di ulteriori considerazioni, bisogna evidenziare la forza e la volontà di una donna che, privata prematuramente del sostegno del marito, seppe far fronte alle astuzie, alle prevaricazioni di coloro che, volontariamente o involontariamente, miravano a sfruttare situazioni e stati d’animo per il loro tornaconto.

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Durante i molteplici viaggi via mare, mio padre ebbe il piacere d’incontrare lungo le coste del nord Africa molti trabaccoli napoletani, per lo più torresi, trapanesi, greci, dediti alla pesca delle spugne. Affioravano allora alla mente, con un accentuato battito del cuore, ricordi di vita vissuta fin dalla prima giovinezza, oltre che come figlio da mozzo e marinaio, sul trabaccolo del padre, la “Giuseppina”, per la pesca di quell’animale viscido, dallo scheletro corneo, elastico e morbido, formato di spongina. Posto in superficie, compresso, al fine di eliminare la sostanza organica, asciugato, purificato dalle parti molli con imbiancamento, per poterlo commerciare come spugna. Un lavoro massacrante, stressante, durante le soste lontano dal porto, costretti ad alimentarsi con viveri di sussistenza ed acqua stagnante. Una vita da reclusi ben diversa da quella dei pescatori di corallo. Per lo più ignorata o tutt’al più messa in second’ordine nel vasto repertorio della marineria torrese. Pur sempre, oltre che fonte di sostentamento per molte famiglie modeste, protesa a stimolare, fortificare la tempra fisica e morale di molti giovani.

Così forgiato, oltre alle esperienze acquisite nei periodi d’imbarchi su navi estere e le furtive scappate in America, s’impegnò seriamente ad assolvere al suo compito quale socio di fatto della ditta Teresa Raiola, vedova Coscia, non solo, ma anche a tentare d’aprire per i suoi e per alcuni figli del defunto Vincenzo Coscia, nuovi sbocchi di lavoro in Mozambico.
Il rapporto di collaborazione di Domenico Borriello con i Coscia rimase stabile fino alla fine del 1940. Per quasi un decennio in stretta comunione d’intenti e di lavoro proficuo.
Nel frattempo, nell’alternarsi dei viaggi Italia–Africa, la famiglia di Domenico e Carmela era andata progressivamente aumentando: oltre ad Emilia, Sebastiano, Maria Luigia, le nascite di Agnese (20.4.1934), Anna (27.12.1935) ed Enrico (24.2.1938).

Purtroppo, nel fatidico giorno della dichiarazione di guerra alla Francia e Gran Bretagna da parte del Duce del Fascismo, Mussolini, il 10 giugno 1940, mio padre, sempre per conto della ditta, si trovava a Tulear in Madagascar, colonia francese.
Era partito ai principi dell’anno, nel tentativo di racimolare e vendere, prima che scoppiasse il conflitto, degli stock di merce che aveva lasciato in precedenza, come era solito fare, in magazzini doganali o da privati. Dal loro realizzo, e col capitale disponibile, avrebbe comprato un consistente lotto di conchiglie; per poi spedirlo e ritornarsene in Italia.
La prima tappa fu l’isola di Mozambico, dove concluse con Francisco da Silva Lobo un ottimo affare con la compra di un consistente lotto di conchiglie. Visto il periodo critico che si stava attraversando, ebbe l’accortezza di fare includere nel contratto la clausola: “in caso di eventi bellici, il lotto di conchiglie (ormai di proprietà della ditta Teresa Raiola vedova Coscia di Torre del Greco) sarebbe rimasto nel deposito del venditore, rimandando l’imbarco, con destino Napoli, alla fine del conflitto”. Dopo di che, subito proseguì il suo rapido viaggio per il Madagascar.
La moglie, intanto, il 10 ottobre dava alla luce un’altra bimba, Elena, che il padre non potrà vedere: vivrà appena otto mesi.
Intanto le risorse finanziarie della ditta a Torre si stavano riducendo, non potevano più far fronte alle esigenze di due famiglie numerose. In casa di Carmela era giacente un baule con merce d’un discreto valore; venne ripartito in parti uguali. Fu la separazione definitiva nei rapporti finanziari. Così, due giovani, valide donne, Teresa e Carmela, prive dei rispettivi mariti, dovettero, ognuna per proprio conto, lottare tenacemente per la sopravvivenza delle rispettive famiglie.

Duri saranno gli anni del conflitto. Razionamento, mercato nero, difficoltà dei trasporti. Una recrudescenza di bombardamenti, un incubo crescente, con distruzioni e morte. Dei figli di zia Teresa Coscia, il primogenito Francesco (Cicciotto), nel fior della giovinezza veniva chiamato ad assolvere al servizio militare nell’Esercito Italiano, mentre il cugino anche lui Francesco, figlio di zio “Ciccillo” (Francesco Coscia), nell’arma dei bersaglieri. Pur tuttavia, con grande fermezza d’animo si faceva fronte alle molteplici difficoltà. Ma ecco, un brutto giorno dal fronte greco arrivò una notizia tragica: Francesco (Cicciotto) Coscia, ufficiale dell’Esercito Italiano è in ospedale gravemente ferito. Trasferito in Italia, lo salveranno amputandogli una gamba.

Intanto in Africa, mio padre che allo scoppio della guerra era riuscito in tempo a lasciare il Madagascar, colonia francese, ormai territorio nemico, evitando d’essere considerato prigioniero civile, si era stabilito in Mozambico, colonia del Portogallo, nazione neutrale. Insieme ad altri connazionali, marittimi e civili, anch’essi sfuggiti all’inevitabile prigionia nei territori coloniali inglesi, del Sud Africa e della Rodesia, nemici dell’Italia, aspettavano impazienti la fine del conflitto.

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