Home page > La Pesca del Corallo
 

Tratto da Uomini
e fatti dell'antica
Torre del Greco
1985

 
 
 
 
LA PESCA DEL CORALLO
 

La storia della pesca del corallo, senza risalire ad epoche remote o remotissime, altri lo hanno già fatto, può dividersi in quattro periodi.
Il primo è quello dei Pisani che nell'XI secolo si distinsero nella lotta contro i saraceni e che, nel 1087, vittoriosi in una spedizione contro Tunisi, fondarono sulle coste africane banche e vi stabilirono negozi d'ogni genere. L'insidiamento non fu breve, poichè nel 1167 il bey di Tunisi, Abdallah-Bockoras, cedeva loro in piena proprietà l'isola di Tabarka presso il confine algerino con l'esclusivo privilegio della pesca del corallo che tennero fino al 1550.
Verso il 1439, in quasi tutto il Mediterraneo occidentale la pesca del corallo passò ai Catalani per l'avvento di Alfonso I d'Aragona sulle isole di Sardegna e di Sicilia prima e sul Regno di Napoli poi.
In questo secondo periodo il corallo si pescava in abbondanza anche nel Golfo di Napoli. Tanto è vero che la gabella sul pescato (quella gabella che in seguito i torresi non vollero mai pagare ai Carafa) dava, per il sol "banco" di Massalubrense, dai duemila ai tremila ducati annui. Per dare una idea dell'entità della cifra, basta pensare che a quei tempi quattro ducati bastavano per acquistare un bue.
Addetto alla riscossione era un certo Pietro Saldando al quale Alfonso I dette la concessione perchè si era distinto nella difesa di Castelnuovo.
Il terzo cioè il periodo genovese, ha inizio nel 1535 con la conquista di Tunisi da parte dell'imperatore Carlo V. In quella spedizione ebbe una parte di primissimo piano l'ammiraglio genovese Andrea Doria e fu lo stesso ammiraglio che nel 1550, nelle acque della Corsica, catturava il famoso corsaro algerino Dragut o Dorghut, e il riscatto quella volta dovette pagare...il barbaresco. Lo dovette pagare al comandante della galera che lo aveva catturato e che apparteneva ad una potente famiglia genovese quella dei Lomellini, che fin dal 1494 si era dedicata alla pesca del corallo con a capo Niccolò Lomellini.
Il prezzo del riscatto fu la cessione ai Lomellini del "banco dell'isola di Tabarka che una volta era stata dei pisani, mentre il "banco" di Bona fu preso in affitto dall'ammiraglio Andrea Doria.
Giovanni Tescione afferma invece che il Dragut fu catturato nel 1540 ( Italiani alla pesca del corallo, ed. Fiorentino, Napoli, 1968, pag. 195). Il periodo genovese non durò a lungo.
Nel 1561, Tommaso Luchez e Carlo Didier, due marsigliesi, fondarono a Bona la prima stazione "corallina"francese, denominata appunto "Bastione di Francia"ma che, nel 1598, fu demolita dagli algerini, per risorgere poi nel 1604, quando venne rinnovata la concessione agli stessi Luchez e Didier.
Successivamente il sultano turco Amurat IV, nel 1624, cedeva in piena proprietà al cardinale Richelieu, il "Bastione di Francia", la Cala, il Capo Rosa, Bona e il Capo Negro. Come si vede il corallo oltre all'ammiraglio Doria, interessò anche il famoso personaggio del non meno famoso romanzo del Dumas, "I Tre Moschettieri". Da qui ebbe inizio il quarto periodo, quello francese.
La penetrazione francese in Africa, condotta con costante tenacia per più di un secolo, culminò nel 1741 con la costituzione a Marsiglia della "Compagnia d'Africa" (Compagnie Royale d'Afrique) avente per capitale l'enorme cifra di due milioni di franchi, e con la eliminazione dei Lomellin che avevano resistito per circa due secoli.

I pescatori torresi, oltre a difendersi dai corsari turchi e barbareschi, trovarono un altro nemico nella "Compagnia d'Africa", che respingeva tutti i pescatori stranieri, affermando essere suo il monopolio della pesca del corallo.
Durante la Rivoluzione francese, in nome di quella libertà a cui la rivoluzione s'ispirava, i contrasti si affievolirono, ma con i sultani turchi e coi veri "bey"di Tunisi e di Algeri, rendendo questi ultimi più agguerriti e tracotanti.Fu quello un periodo nero per i pescatori di Torre del Greco.
(...)Gli interessi commerciali della "Compagnie Royale d'Afrique" prevalsero sugli ideali politici di "Liberté- Egalité- Fraternité".
Abbiamo già accennato alla tracontanza dei barbareschi, però è bene citare un esempio che vale a dimostrare il grado di fanatismo raggiunto.
Nel 1813, al rifiuto americano di pagare un non specificato balzello o tributo, il bey d'Algeri Alì aveva espulso il console e dichiarato guerra agli Stati Uniti.
Il 17 giugno 1815, una squadra navale americana di otto navi al comando del commodoro Decatur giunse nel Mediterraneo e prese a cannonate i barbareschi per terra e per mare. Nel combattimento navale che ne seguì trovò la morte il leggendario rais algerino Hamida.
Allo scopo di liberare i cristiani fatti schiavi dai turchi che infestavano il Mediterraneo, fin dai tempi antichi, ad iniziativa di vari ordini religiosi e anche di laici, sorsero molte opere pie che provvedevano al pagamento del riscatto dei poveri malcapitati. Ancora oggi a Torre del Greco per indicare un grosso pericolo scampato, si usa dire: «Me vediétte pigliato r' 'i turche», anche se il paragone non regge di fronte alle indicibili sofferenze di quei poveri caduti in schiavitù di uomini crudeli.
Nel 1198 da S.Giovanni di Matha e da S. Felice di Valois venne fondato l'Ordine dei Trinitari, approvato da Innocenzo III ,che, in un tempo relativamente breve, giunse ad avere intorno alle 800 case in tutta la cristianità.
Nel 1218 S.Pietro Nolasco e S. Raimondo di Pennafort fondarono l'Ordine di S.Maria della Redenzione degli schiavi detto anche Ordine della Mercede. San Pietro Nolasco passò poi il generalato dell'Ordine a S.Raimondo Nonnato che sofferse la schiavitù in Algeri quando volle offrirsi in ostaggio per la liberazione di altri.
Nel 1264 sorse a Roma l'Arciconfratenita del Gonfalcone.
Nel 1549, al tempo del vicerè Pietro di Toledo, sorse a Napoli la Compagnia di S.Maria della Redenzione dei Captivi, riconosciuta da papa Giulio IIIe dallo stesso vicerà de Toledo.
La Compagnia, fondata nella chiesa di S.Domenico Maggiore, in seguito fu allogata nella chiesa che ancora oggi si vede sulla sommità della Salita S.Sebastiano, alle spalle di Port'Alba, chiesa costruita su suolo donato dai Padri Celestini. Questa Congregazione laica giunse a disporre di una rendita annua di 8.000 ducati da servire per il riscatto dei miserabili cattivi che in quel tempo erano in gran numero - come il Celano scrisse nel 1692.
In questa chiesa, nel 1723, in un giorno in cui si celebravano le Quarant'ore, entrò un giovane gentiluomo già celebre avvocato. Egli si prostrò davanti al quadro di S.Maria del Rimedio. Dopo essersi raccolto a lungo in calda preghiera si alzò e, nel depositare la sua spada a quell'altare, fe' voto di consacrarsi al Sacerdozio. Quel giovane avvocato di nobile famiglia, si chiamava Alfonso Maria de' Liguori. Il suo modello di santa vita ispirerà in seguito il sacerdote torrese Vincenzo Romano.
Non per curiosità abbiamo citato l'episodio, ma perchè S.Alfonso e i suoi PP. Redentoristi, si prodigarono più degli altri alla liberazione degli schiavi e specialmente nella divulgazione della Bolla della Crociata della quale parleremo in seguito.
Nel 1639, a Torre del Greco, 58 padroni di barche coralline, con fondi costituiti dai contributi sul prodotto della pesca, fondarono una istituzione mutualistica che chiamarono Monte dei Marinai e che provvedeva all'assistenza per malattia e vecchiaia, elargiva danaro per maritaggi, per spese funebri e soprattutto per i marinai torresi tratti in schiavitù dai corsri barbareschi. Un'analoga associazione venne fondata a Capri nel 1678 con le stesse finalità.
L'atto costitutivo del Monte dei Marinai di Torre del Greco, in caso di cattura di pescatori torresi da parte degli infedeli, stabiliva il contributo del «Monte» nella somma di 50 ducati. Nel 1724, tale importo venne elevato a 75 ducati.
Occorre precisare anche che l'istituzione, pur avendo sede nella Chiesa di S.Maria di Costantinopoli, non era un'associazione religiosa, ma un'associazione a carattere mutuo-corporativa amministrata dai laici.
Altra leggenda da sfatare è quella per cui la statua della Madonna che ancora, fortunatamente, si vede in detta chiesa, fu portata a Torre del Greco da un corsaro di nome Maldacea, Matacena o Maldacea e nominata S.Maria di Costantinopoli. A Trapani esiste un'altra effige della Madonna e anche lì è nominata S.Maria di Costantinopoli, ed è la stessa protettrice della città. Nella processione i marinai trapanesi hanno l'esclusivo privilegio di portare a spalla la statua, perchè

Li ubbidiscinu suli i navicanti.
Purtari nun si fa da autri genti.

Torre del greco e Trapani hanno moltissime usanze in comune, derivanti tutte dalla pesca e dalla lavorazione del corallo.
Fino a quando non ancora erano «passate di moda» le immagini sacre, non c'era casa di marinaio o di corallaro a Torre, specialmente nel quartiere della marina, in cui, sul canterano (quel mobile le nostre madri chiamavano « 'A Cefuniéra», dal francese ceffoniere) non si notava, infiorato e illuminato, il quadro della Madonna di Trapani. E dato che i quadri erano piuttosto grandi, sotto il vetro, l'immagine della Vergine era adornata con orecchini e collane di corallo di proporzioni adatte alla figura.
Il «monte dei Marinai» er una specie di cassa mutua e, proprio come avviene oggi, forniva agli assistiti anche i medicinali. Per un certo tempo a fornirli furono i De Bottis, parenti del grande Gaetano. Ai liberati della schiavitù, il «Monte» offriva cinque ducati perchè potessero farsi un vestito.
Qualora il denaro a disposizione del «Monte» non era sufficiente, interveniva una più grossa istituzione che era la Real Casa Santa per la Redenzione dei Captivi con sede in Napoli, a cui abbiamo già accennato.

**********

Non si può parlare di pirateria sul mare e di quella barberesca in particolare senza conoscere almeno per sommi capi il più importante documento storico a riguardo la Bolla della Crociata, pubblicata nel Regno di Napoli nella Domenica di Settuagesima (15 febbraio) del 1778.
Su richiesta di re Ferdinando IV di Borbone, papa Pio IV, con «breve» in data 21 novembre 1777, estese al Regno di Napoli la «Bolla della Crociata» che già esisteva in altri paesi quali Spagna, Portogallo, Sardegna, Genova, Malta, Sicilia e perfino in alcuni paesi dell'America Latina.
La «Bolla» andò in vigore il 4 marzo, primo giorno di Quaresima, del 1778, e il suo scopo principale era quello di procacciare fondi per la costruzione di nuove navi onde potenziare la marina napoletana e meglio combattere contro i corsari barbareschi che infestavano il Mediterraneo; inoltre fu creata per riscattare gli infelici marinai fatti prigionieri e relegati in terra d'Africa tra indicibili sofferenze.
Spesso all'arcivescovo di Napoli, Serafino Filangieri, in qualità di Commissario Generale della Crociata nel Regno di Napoli al di qua dal Faro, diffonderla in tutte le diocesi del Regno.
In sostanza la «Bolla» concedeva ai fedeli la dispensa dal digiuno nel periodo della Quaresima, eccettuata la Settimana Maggiore, cioè la Settimana Santa. mediante un obolo che variava a seconda delle classi sociali. C'era l'obolo per i nobili (grana 50 = mezzo ducato); quello per i mezzani (grana 24) ed infine quello per i meno abbienti (grana 13).
Come si vede si tratta di centesimi di ducato, e benchè fossero dei centesimi, c'erano anche coloro che pagavano...a rate, purchè avessero pagato a saldo entro la festività di Pasqua, e questo per motivi di contabilità.
Col passare degli anni, detti oboli subirono dei lievi aumenti e se si pensa che a quei tempi la carne era un lusso che pochi potevano permettersi, e che in fondo si trattava di centesimi, il risultato fu enormemente positivo, anche se Pietro Giannone considerò la «Bolla» un'illecita mescolanza tra sacro e profano e un astuto pretesto per fare quattrini.Ma guardiamo piuttosto il risultato.
Nei primi nove anni, dal 1778 al 1786, si ricavarono 498.953 ducati, che certamente non andarono a finire nelle tasche dei ladri come spesso avviene oggi. Ed ecco il perchè:
Nel 1783 furono fondati i gloriosi Cantieri Navali di Castellammare di Stabia.
I primi vari si ebbero nel 1786, quando scesero in mare ben tre navi:
il 10 gennaio, la corvetta «Stabia» armata con 24 cannoni; il 16 agosto, il vascello «Partenope» armato con 74 cannoni; e, il 15 ottobre, la corvetta «Flora» armata con 24 cannoni.
Nel 1787, il 15 ottobre, fu varata la corvetta «Galatea» (20 cannoni).
Nel 1788, il 31 gennaio, scese in mare la fregata «Sibilla» (40 cannoni); il vascello «Ruggiero» con 74 cannoni (manca la data del giorno); il 15 aprile la corvetta «Aurora» (24 cannoni); e il 15 ottobre, la corvetta «Fortuna» (24 cannoni).
Nel 1789, il 3 luglio, la fregata ,«Sirena» (40 cannoni); il 10 agosto , la fregata «Aretusa» (40 cannoni); il 3 settembre, il vascello «Tancredi» (74 cannoni); e il 15 settembre , la corvetta «Fama» (24 cannoni).
Nel 1791, il 13 maggio, il vascello «Guiscardo» (74 cannoni).
Nel 1792, il 12 settembre, il vascello «Sannita» (74 cannoni).
Nel 1795, l'11 settembre, il vascello «Archimede» con 74 cannoni.
Nello stesso arco di tempo, a Napoli, a Palermo, a Messinae a Trapani, vennero costruite numerose navi di stazza minore quali: sciabecchi, gabarre, pacchetti (usati per trasporto passeggeri e posta), brigantini, polacche, scuner, galeotte, paranzelli, lance-bombardiere e leuti.Questi ultimi erano dei natanti da pesca, armati di un cannoncino.
Prima della «Bolla», qualche nave già costruita veniva acquistata all'estero, come la fregata «S.Dorotea» comprata nel 1774 a Cartagena in Ispagna, e sulla quale imbarcò a diverse riprese...il tenente di vascello Francesco Caracciolo.
Altre navi acquistate all'estero furono: la fregata «Pantera» (Marsiglia 1787), e i vascelli «S.Giovanni» e «S.Gioacchino» (Malta 1780).
Le navi della flotta napoletana non avevano nulla da invidiare a quelle delle altre nazioni, compresa l'Inghilterra, specialmente le navi costruite nei cantieri di Castellammare. L'episodio che segue è noto a tutti, ma è bene ricordarlo.
Ferdinando IV, il 21 dicembre 1798, all'avvicinarsi dei francesi, scappò da Napoli e il 22 veleggiò alla volta di Palermo, non prima di aver assistito all'incendio nel quale furono distrutte quasi tutte le navi della flotta napoletana, tra cui tre dei superbi vascelli costruiti a Castellammare, e cioè, il «Partenope», il «Tancredi»e il «Guiscardo».
E' noto altresì che la famiglia reale al completo preferì imbarcarsi sulla nave inglese «Vangaurd» comandata da Nelson, anzichè sul vascello napoletano «Sannita» del quale era comandante Francesco Caracciolo.
Navigarono in un mare oltremodo burrascoso e quando, il 25 dicembre, arrivarono a Palermo il «Vanguard» era pressoché un relitto che, perdurando la tempesta, l'ammiraglio Nelson non riusciva a condurre in porto. Dovette salire a bordo il comandante napoletano Giovanni Bausan che si trovava a Palermo con la corvetta «Aurora», per guidare la nave nel porto. Nello stesso tempo il «Sannita», al comando dell'ammiraglio Francesco Caracciolo, entrava nel porto a vele spiegate e con una splendida manovra andò ad attraccare dolcemente alla banchina. Nelson non dimenticò questa doppia umiliazione. Se ne ricordò il 29 giugno del 1799 quando permise l'impiccagione del Caracciolo all'albero maestro della fregata napoletana «Minerva». Questo marchio d'infamia offusca la grandezza del più eroico ammiraglio inglese.
La digressione, se non altro, è servita a dimostrare che una volta, sia pure coi centesimi, si realizzava bene ciò che oggi non si fa con i miliardi, e quando lo si fa, si opera male.

La Bolla della Crociata, dicevamo, serviva anche a procacciare fondi per la liberazione dei marinai catturati dai corsari barbareschi.
Scrive Aldo Caserta (La Bolla della Crociata nel Regno di Napoli, Athena, Napoli, 1971, pag. 25):
Nel 1787, ad esempio, furono riscattati 206 cristiani schiavi, col pagamento di 351.000 ducati. Il danaro fu anticipato dal Re, per poi averne rimborso dai Monti della Redenzione: Per questo affare partì il brigadiere (Giovanni) Tomas, con le fregate S.Dorotea e S.Gioacchino, portando il danaro in contanti.
Il compito di divulgare la Bolla della Crociata venne affidata dal re proprio ad Alfonso de'Liguori e ai suoi Missionari Redentoristi, e il successo fu enorme, tanto che il sovrano, per riconoscenza, concesse alla congregazione parecchi privilegi. E qui torna alla mente quel lontano giorno del 1723 in cui un giovane avvocato depone la spada ai piedi dell'altare, proprio nella chiesa della Redenzione dei captivi.
Scrive Carlo Bruno ( Dal Mare, Casella, Napoli 1911, pag. 30):
Da tempi remoti i marinai di Torre del Greco partivano per la pesca nei mari di Corsica e Sardegna, spinti al mare da un indomito spirito di avventure, dagli scarsi frutti che davano le campagne spesso devastate dal Vesuvio, e dai pesi del regime feudale.
Il Bruno, che quando scriveva era direttore generale della Marina Mercantile,non precisa quali erano i «tempi remoti», mostra d'ignorare che a spingere i torresi al mare non fu il Vesuvio che taceva dal 1139 e né furono i «pesi del regime feudale» che gli stessi torresi non vollero mai pagare e che mai pagarono. Semmai, oltre all'indomito spirito di avventura, erano spinti anche dalla loro avidità di guadagno.
I torresi, come i genovesi, sono stati sempre attaccati al denaro. Per quanto riguarda il Vesuvio, questo entrò in iscena soltanto nel 1631.
La seconda metà del Settecento fu il periodo in cui la pesca del corallo ebbe il suo maggiore sviluppo.
La pesca si esercitava allora, oltre che nei mari di Algeria e Tunisia, nelle acque della Sicilia e della Calabria; nello stesso golfo di Napoli; nelle acque della Sardegna e della Corsica; in quelle della costa catalana e in quella di Provenza; intorno alle Baleari e lungo le coste della Toscana e, più lontano, nel vasto arcipelago dell'Egeo e lungo la costa dalmata (Schiavonia), come si deduce anche da un antico canto popolare, certamente torrese, a cui accenneremo in ultimo.
La pesca veniva esercitata anche da marinai di ogni singola regione citata.
Qua e là era in mano a pescatori anche per locali, insieme ai quali però le sporadiche barche coralline di varia bandiera, erano sparuta minoranza rispetto alle audaci flottiglie di feluche napoletane,PRINCIPALMENTE TORRESI (Michele Vocino- Primati del Regno di Napoli, ivi, Pironti,s.d.).

Nel 1780, i torresi, attratti dalle notizie circa i vasti e ricchi «banchi» di corallo esistenti nei mari africani, vi si recarono in gran numero e approdarono in un isola disabitata chiamata Galita (Galite).
Nel gergo marinaro armare significa attrezzare, allestire la barca o la nave, ma quella volta i torresi oltre ad armare le barche si armarono loro stessi per combattere contro i corsari barbareschi, più che mai decisi a non farsi prendere, per non dire poi :
«me vediétte pigliato r' 'i turche».
A 24 miglia dall'isolotto di Galita i torresi trovaqrono un banco ricco di ottimo corallo e molto agibile per la pesca, perchè poco al disotto della superficie del mare, tanto che lo denominarono «Summo», e non perchè fu scoperto da un marinaio di nome Summo o Scummo. Infatti i torresi per indicare qualcosa che si trova a fior d'acqua usano dire che sta «cchiù summo». Invece, per la profondità dicono sta «cchiù 'nfunno».
Oltre al «Summo», nel 1783, i torresi trovarono un altro banco che in quell'anno fruttò loro un'abbondante pesca.
La Galita venne trasformata in una specie di base logistica dove con la costruzione di adeguati ricoveri i pescatori torresi riponevano le provviste di bordo, attrezzi per la pesca e tutto quanto poteva servire loro, non esclusa una piccola infermeria.
In questi anni si dètte inizio all'assistenza spirituale dei marinai. Ad ogni «campagna» partiva da Torre del Greco un sacerdote che, durante tutto il tempo della pesca, sostava sulla Galita a celebrare i riti religiosi e a mantenere i contatti tra i pescatori e le loro famiglie a Torre.
Non sappiamo chi fu il primo Cappellano delle barche, ma sappiamo che nel 1815 era don Gerardo Palomba e che questi affrontò non pochi pericoli nel prodigarsi per la liberazione dei torresi caduti nelle mani dei corsari barbareschi.
Il preposito curato di Torre delGreco, don Vincenzo Romano, aveva molto a cuore questa missione atta ad assistere spiritualmente e materialmente i suoi filiani lontani ed esposti a mille pericoli. Scrive mons. Salvatore Garofalo (Un Parroco sugli Altari - Ancora, Milano, 1963):
Il Preposito al tempo della partenza, forniva con larghezza il Cappellano delle barche di immagini sacre, scapolari mariani, medaglie, crocifissi e corone, perchè il suo ricordo, le istanze e il conforto della fede e della pietà cristiana fossero sempre ad essi presenti. Il ricordo di questa sua sollecitudine pastorale restò vivissimo nella marineria di Torre anche dopo la morte di Vincenzo.
Nella sua casa di Via Piscopia sono conservati molti ex voti: ingenui quadretti che riproducono barche coralline in balìa di furiose tempeste, mentre in alto l'immagine del Romano indica che i marinai erano scampati al flagello dopo averlo invocato protettore.

A questo punto dobbiamo dire che altri «ex-voto», a centinaia, si trovavano nell'atrio della chiesa del Carmine di Torre del Greco. Spariti misteriosamente durante il cosiddetto boom economico, per strana coincidenza, quella specie di quadretti da tutta Italia, tramite i «saponari», diventati antiquari, confluivano sulla «piazza» di Milano e attraverso la stampa si conoscevano anche le quotazioni: 300 mila in media.
I quadretti oltre ad ornare lussuose ville dei cafoni arricchitisi con la guerra, servirono al comune di Venezia per istituire un museo del folklore marinaro. E dire che tale specie di museo lo avrebbero potuto allestire i torresi, se non meglio, almeno senza spesa alcuna.
Lo scempio perpretato in alcune chiese di Torre e la sparizione di preziosi arredi sacri è noto a tutti.

Con la venuta di Carlo di Borbone (1738), per difendere il regno dalle incursioni barbaresche, visto che le torri di difesa da terra non bastavano, si pensò bene di prevenirle sul mare e proteggere così anche i navigli addetti ai traffici e alla pesca in genere. E così ai corsari barbareschi furono contrapposti i «corsari cristiani», i quali razziavano e predavano alla stessa maniera degli infedeli.
Il più famoso corsaro napoletano fu lo....spagnuolo Giuseppe Matinez, detto comunemente dai napoletani, « capitan Peppe».
Questo leggendario uomo di mare, con i suoi sciambecchi, dette filo da torcere ai corsari barbareschi. Scrive il Caserta (op. cit.):
Egli fu per le coste africane, ciò che i barbareschi erano per le coste napoletane: basti dire che le donne africane usavano il suo nome per spaventare i bambini e per spingerli ad obbedire.
Insomma facevano come le nostre mamme che per ottenere lo stesso, usavano spaventarci col nome del famigerato brigante Mammone.
Nel 1739, il Martinez, nato a Cartagine (Spagna) nel 1702, riuscì a sbarcare sulle coste algerine e catturare perfino alcuni schiavi. Nel 1743 catturò un bastimento tripolino con tutto l'equipaggio. Nel 1747 catturò una galeotta tunisina con 36 mori e nel 1750 ne catturò altri 54. Infine nel mare Jonio al largo dell'isola di Zante, nel 1752, in una battaglia navale, capitan Peppe, mandò a picco il «Gran Leone», una potentissima nave barbaresca. Bilancio: 10 morti tra i napoletani , 109 tra i barbareschi.
Un ritratto del Martinez è custodito nel Museo di S. Martino e una strada di Napoli, fino al 1943, era intitolata al leggendario marinaio, proprio sotto il nome di «Capitan Peppe». La strada, al disotto del Ponte della Maddalena, venne cancellata totalmente dai bombardamenti aerei.
Gli africani catturati, tenuti in ischiavitù, erano adibuti ai lavori più massacranti quando non avevano la... fortuna di andare a fare i «creati» nelle case dei nobili. Molti di loro vennero adibiti nella costruzione del palazzo reale di Caserta. La paga di quei derelitti, non meno maltrattati dei nostri, fatti prigionieri dagli africani, era di due o tre grana al giorno, vale a dire due o tre centesimi di ducato, portata poi, nel 1769, a quattro o cinque, quando un rotolo (890 grammi) di pane costava grana 4 e 3 cavalli
(1 grana=l2 cavalli). Per chi abiurava la religione mussulmana, le cose andavano meglio.
In data 9 febbraio 1756, Re Carlo inviò al capociurma Amed di Tripoli, detto
«lo sbirro» una gratifica di 15 ducati, per la particolare severità dimostrata verso gli "schiavi"(M.R. Caroselli - La Reggia di Caserta, Milano 1968).Come si vede, tutti i popoli, a qualunque civiltà essi appartengono, hanno sempre le loro vergogne da coprire.
Per i 15 ducati elargiti da S.M. Cattolica allo «sbirro», per aver maltrattato i suoi ex compagni di fede, lo schiavo rimasto seguace di Maometto doveva sudare sangue per ben 500 giorni e nutrirsi di solo pane, se non moriva di stenti o schiacciato sotto qualcuna delle colonne che dovevano adornare la vanvitelliana reggia come qualche volta era avvenuto.
Lo stesso avveniva sull'altra sponda del Mediterraneo, sulle coste dell'Africa. Anche lì non mancavano i rinnegati che, abiurando la fede cristiana, diventavano mussulmani e mercanti di schiavi...cristiani.
A Tunisi, nel 1612, tra gli altri c'erano due liguri: Haggi Muràd o Morat, originario di Borghetto presso Genova, e Muràd Raìs, il cui nome vero era Agostino Bianco e proveniva da Arenzano. E dato che non poteva mancare, c'era anche un certo «Mustafà», nativo di Torre del Greco. Il suo vero nome è ignorato finora. Si conosce soltanto che il 20 maggio del 1612, nominò suo procuratore il padre gesuita Joseph Lambert, per recuperare la somma di 550 scudi (560 ducati) che l'anno prima aveva prestato ad un certo Marco Anthonino Monte ( S.Bono - I Corsari barbareschi, E.R.I., Torino, 1964).
Carlo di Borbone, nel 1750, accogliendo le richieste dei pescatori di corallo torresi, diede ordine al capitano Domenico Lo Giudice di Lipari di armare dei «feluconi» per scortare le barche coralline che in quel tempo pescavano nei mari di Corsica e di Sardegna.
Nel tempo che i torresi stettero sulla Galita, scrivono i Castaldi (1890) e poi il Di Donna
(1912), assoldarono altri «corsari» per proprio conto. Questi furono Gennaro e Giuseppe Accardo e Agostino Del Dolce, torresi, e un certo Francesco Gliutteri di Lipari. Nei vari testi da noi consultati, soltanto Lo Giudice troviamo riportato. Evidentemente, tutti costoro non furono protagonisti di episodi eclatanti come capitan Peppe.

Il Codice Corallino, promulgato da Caserta dal re Ferdinando IV, il 22 dicembre del 1789, al Titolo I, prevedeva l'istituzione di un Consolato ,
composto di cinque individui, che sieno i più esperti e probi Capi squadre, e Padroni di Feluche Coralline della Torre del Greco,dei quali tre non dovevano viaggiare ma risiedere nella detta Torre per poter regolare le differenze, che mai accadessero in quel Ceto.
Aveva la direzione della pesca, rilasciava le patenti di abilitazione ai Capi squadri e Padroni, determinava il tempo opportuno per la partenza delle barche.
I tre consoli che restavano a Torre erano
àrbitri di tutte le controversie che riguardavano la meccanica della pesca, così del Corallo, come dei pesci, pei naturali della Torre del Greco, e da essi si potrà appellare ai Giudici competenti.
I consoli dovevano essere per la prima volta eletti da S.M., ed in seguito dai Capi squadra (comandanti di più barche) e Padroni delle barche coralline torresi, ai quali solo era accordata la voce attiva e passiva, cioè la contabilità.
L'elezione del Consolato doveva avvenire ogni anno nelle Feste del Santo Natale, a Torre del Greco nella Cappella dei Marinai (S. Maria di Costantinopoli).
Qualche mese dopo, ai primi del 1790, il Supremo magistrato del Commercio presentò al governo un «piano» per regolare la vendita del prodotto pescato, in modo che i pescatori non dovevano vendere all'estero il corallo, come era da sempre avvenuto. Dovevano, invece, essere gli acquirenti a recarsi a Torre del Greco e ciò per un più oculato controllo. E il 27 gennaio 1790, il primo ministro Giovanni Acton, partecipava l'approvazione con la quale si istituiva in Torre del Greco la «REAL COMPAGNIA DEL CORALLO».
La nascente Compagnia aveva la sua «impresa» particolare (lo stemma) consistente in uno scudo di forma rotonda col fondo azzurro. Nella parte superiore vi erano rappresentati tre gigli d'oro e sotto una torre in mezzo a due frasche di corallo.
Alla Compagnia venne assegnato un fondo di 600.000 ducati, equivalente al prodotto medio di due campagne di pesca, diviso in 1.200 azioni di 500 ducati ognuna. Azionisti potevano essere soltanto i sudditi del Regno di Napoli a qualunque rango appartenessero.Però non era vietato ai forestieri di prendere interesse nella Compagnia, limitatamente ai due terzi delle azioni, perchè un terzo delle quali era riservato ESCLUSIVAMENTE ai cittadini di Torre del Greco.
La Real Compagnia aveva il diritto privativo di dare ai Padroni e Capi squadre delle Feluche Coralline il danaro per armare ed equipaggiare e di darlo a cambio e pericolo marittimo.
La Compagnia aveva inoltre il privilegio esclusivo della compra e vendita del corallo, ed era vietato ai pescatori di venderlo ad altri.
L'Istituzione non ebbe nè lunga, nè prospera vita. Non si conosce nemmeno quando ebbe termine.
L'industria dette ricchi frutti finchè c'era stata la libera concorrenza, se pure nel disordine e con le innumerevoli liti giudiziarie, ma appena vollero codificare tutto, finì la ricchezza.
Lo storico Pietro Colletta, così commentava:
Quando la società fu libera (allude alla Società mutualistica «Monte dei Marinari»), benchè tra querele ed ingiustizie prosperava; e quando, ridotta in Compagnia, ebbe codice, finite le ingiustizie e le querele, decadde la ricchezza: la società era spinta da instancabile zelo di privato guadagno; la Compagnia movea lentamente per guadagno comune. Oggi dura la pesca del corallo, ma sfortunata.
Il Coletta scrisse questo a Firenze nel 1823, nella sua Storia del Reame di Napoli.
Tanto...sfortunata, poi non doveva essere, perchè a leggere la spedizione delle barche coralline di Torre del Greco nel periodo che va dal 1824 al 1837, pare che le cose non dovettero andare tanto male, come scrive il Colletta.
Nel 1824 ne partirono 105; nel 1825, ne partirono 142; nel 1826: 154; nel 1827: 172;
nel 1828: 220 (per errore tipografico è segnato 120); Nel 1829 ne partirono 198 (è segnato 108); nel 1830: 166; nel 1831: 156; nel 1832: 114; nel 1833: 133; nel 1834: 170;
nel 1835: 207 (sta scritto 217); nel 1836: 254 (c'è scritto erroneamente 242), ed infine
nel 1837: 229 (Pietro Balzano - Del Corallo, della sua pesca ecc. 1838 c. ristampato nel 1870).
La sfortuna piombò sui torresi sulla fine del 1861, non per la pesca del corallo, perchè tale attività è stata sempre fonte di ricchezza anche coi suoi alti e bassi, come avviene per ogni genere d'industria e di commercio.
L'otto dicembre, la città fu letteralmente sconvolta per una inconsueta eruzione del Vesuvio. Inconsueta perchè , per un forte bradisismo, crollarono tutti i fabbricati costruiti sulla lava solidificata del 1794, il che vuol dire quasi l'intero centro urbano.Il suolo si sollevò di un metro e dodici centimetri e fu solcato da lunghi e larghi crepacci: il maggiore attraversava l'intera città e dalle bocche apertesi sulle vecchie formazioni del Somma, attraverso via Comizi, s'inoltrava nel mare per una lunghezza di 1.500 metri. Ci avevano detto che la città fu salva per un miracolo. Quale miracolo? I torresi dovettero ancora una volta riedificare la loro città, sia pure con qualche aiuto ricevuto dai nordici fratelli italiani che da un anno appena erano diventati tali.
Nel marzo del 1869 , dalla «scarpetta» di Portosalvo, salparono 300 coralline per diverse destinazioni. Pochi giorni dopo si ebbe notizia di un fortunale abbattutosi sul Mediterraneo. Delle barche soltanto un centinaio riuscì a raggiungere la costa africana. Le altre, ridotte in mal stato, trovarono rifugio a Porto Ercole nell'Argentario e nell'Arcipelago Toscano, dopo di aver gettato nel mare tutti gli attrezzi e le provviste di bordo. Non ci risultano perdite in vite umane, ma i giornali annunziavano ai lettori :
«Giorni di lutto per Torre del Greco».

Tre lustri dopo la Dea Fortuna mostrò di nuovo il suo viso sorridente ai torresi.
Il 1°maggio del 1875 un pescatore siciliano di nome Alberto MANISCALCO , soprannominato ammaréddu (ammariello, gamberetto), a circa 30 miglia a sud ovest di Sciacca e a circa 200 metri di profondità , scoprì per caso un piccolo ma ricco banco di corallifero esteso intorno ai 40 mila mq.. Particolare curioso al povero pescatore per la scoperta di un simile tesoro furono offerte...dieci lire, racimolate a stento tra i pescatori di corallo.
Nel 1878, nella stessa zona di mre fu scoperto un altro banco alla stessa profondità e per un'estensione di oltre 2.500.000 mq. Il banco venne denominato terraneo, perchè abbastanza vicino alla costa.
Dalla cornucopia inesauribile della Fortuna, nel 1880, venne fuori un terzo ed ultimo banco, stavolta più al largo, nel canale di Sicilia, ad una profondità di 150 metri. La sua estensione si aggirava intorno ai 17 milioni di metri quadrati. Per farsene un'idea basta paragonarla alla superficie dell'intero comune di Torre calcolata in 30 milioni (30 Kmq.). Questo banco venne denominato «foraneo», perchè lontano dalla costa.
Come scrivemmo nei ns. Itinerari Torresi, la troppo fortuna si tramutò in una crisi che mise in difficoltà anche la lavorazione del prodotto pescato in tale enorme quantità. Se ne pescava tanto da non trovare spazio per conservarlo. E qui dobbiamo aggiungere che il vantaggio consisteva soltanto nella quantità. Come qualità, per colore e per grandezza, il corallo dei banchi di Sciacca, era di gran lungo inferiore a quella pescata nei mari africani e nelle acque della.Sardegna.
Basta dare un'occhiata ai prezzi stabiliti sulla piazza di Torre del Greco intorno all'anno 1880.

Per ogni quintale di corallo proveniente dalla Barberia, lire 7.000.
Un quintale proveniente dalla Sardegna, lire 6.000.
Era stabilito lo stesso prezzo di lire 6.000 per quello pescato nelle acque della Corsica.
Per il corallo proveniente dai banchi di Sciacca soltanto 1.000 lire a quintale.
Il corallo grezzo, così come veniva pescato, ovviamente, non era tutto dello stesso pregio, per cui doveva necessariamente essere assortito.
Per questo si usava un criterio basato sull'esperienza e sulla consuetudine. Il modello adottato era un quintale di corallo pescato in Barberia, per cui tale quantità doveva comprendere:

Corallo in partita:

Kg. 45................. di cui 25% di «mostra» (1).........................Kg. 11,-
.................................... 75% di «corpo» e «scarto»(2). .........Kg. 34,-
Kg. 5........... di «chiaro» e «mole guaste»(3)..........................Kg. 5,-
Kg. 50........... di «barbaresco» e «terraglia»(4)......................Kg. 50,-
______................................................................................. _______
Kg.100 ...................................................................................Kg. 100

1) Corallo vivo di prima scelta detto anche «capotesta».
2) Per «corpo» s'intendono i ceppi «bennati» cioè nati bene con rami ben distinti e diritti. Lo «scarto», i ceppi «malnati», nati male, perchè rimangono contorti e fusi tra loro. Corallo vivo anche questo.
3) Il «chiaro» è il corallo morto detto anche «ricaduto» perchè strappato precedentemente e giacente sul fondo del mare. La «mole guaste», come i denti molari cariati, sono le radici o le basi dei cespi irregolari «malnati», nodose e tarlate.
4) «Barbaresca»: miscellanea di tronchi e frammenti «terraglia»: piccoli rami terminali detti anche «punte».
Nei 5 Kg. di «chiaro» e «mole guaste», per una certa compensazione, c'era anche del corallo bianco (da non confondere con il «chiaro».
Il corallo bianco è colore vivo, e comprato isolatamente costava il doppio del corallo rosso.

Il 30 giugno del 1871, fatta l'Italia, Vittorio Emanuele II venne a Napoli espressamente per premiare i vincitori dell'Esposizione Marittima Internazionale che il figlio Umberto e la moglie, principessa Margherita, avevano inaugurata il 17 Aprile alla Riviera di Chiaia.
La solenne cerimonia culminò con l'assegnazione del massimo premio che la giuria all'unanimità aveva assegnato al Municipio di Torre del Greco: premio che il sindaco cav. Beniamino Nola ricevette dalle mani del re d'Italia.
Il premio assegnato, che riguardava la pesca e l'industria del corallo, era un altissimo riconoscimento verso i torresi, e con esso

s'intendeva di benedire a molte generazioni di uomini forti che, non dissimile dal mercante lombardo che tesseva, trafficava e combatteva, sfidarono gli ardori del sole africano, le tempeste dei mari e nemici fedifraghi e crudeli,

perchè la pesca del corallo per secoli era costata ai torresi un vero martirio affrontato con animo forte ed invitta costanza.
Forse il re non sapeva che un suo antenato, Carlo Emanuele III di Sardegna, impediva la pesca dei «corallini» torresi nelle acque sarde.
Nel 1761, i torresi dovettero subire un ricatto che i «sardagnuoli» chiamarono ...contratto , per il quale i torresi, pur di ottenere il permesso di pesca, si obbligarono ad inviare, meglio dire deportare, i «corollari», gli artigiani di Torre del Greco a Carloforte ad insegnare ivi l'arte del corallo.
Mentre battiamo queste righe (giugno 1981) una flottiglia di barche si dondola inoperosa nelle acque del porto di Torre del Grerco. Stavolta non sono i corsari barbaschi, non i francesi, non gli spagnoli, ad impedire ai torresi di pescare il corallo. Sono gli stessi «fratelli» italiani, non più uniti , ma divisi dalla non mai abbastanza deprecabile iattura che è stata l'istituzione ad ogni costo dell'ordinamento regionale, mai voluto da quel grande uomo che fu Alcide De Gasperi. Esso è servito solo a creare nuovi carrozzoni politici e a bruciare migliaia di miliardi dei poveri tartassati contribuenti, oltre a mettere in crisi quello Stato unitario per il quale combatterono e morirono interminabili schiere di patrioti.
Al posto del Regno di Sardegna del 1761, oggi, a porre il veto, c'è la Reg...ione Sardegna e al posto di Carloforte (Cagliari), c'è invece ...Alghero (Sassari), dove c'è una Scuola del Corallo di recente istituita prendendo a modello quella che una volta era

la Scuola d'incisione sul Corallo di Torre del Greco, di...recente scomparsa. Su questa scuola e sull'annesso museo, detto pomposamente «Museo del Corallo», alcuni "scribi" torresi le hanno sparate tante grosse per cui è bene parlarne iniziando dalla sua fondazione e lofacciamo col presentarvi il
fondatore.
I bersaglieri, al comando del generale Raffaele Cadorna il 20 settembre erano entrati a Roma attraverso la
Breccia di Porta Pia; la capitale del Regno d'Italia però era ancora a Firenze e da qui vennero indetti i comizi elettorali per il 20 novembre 1870. Si votava per l'elezione alla Camera dei Deputati dei rappresentanti del popolo (non dei partiti) per la XI Legislatura.
Torre del Greco faceva parte del IX Collegio elettorale di Napoli assieme al comune di Resina e alla sezione municipale S.Lorenzo del comune di Napoli. L'uomo che doveva fondare la scuola del corallo a Torre del Greco risultò eletto la Domenica successiva, nell'elezioni di ballottaggio. Era l'avvocato Giovanni Della Rocca, trentaduenne, nativo di Boscotrecase.
A diciotto anni si era laureato in legge, quantunque avesse studiato anche lettere e filosofia, e per una legge vigente sotto i Borboni, per essersi laureato prima dei vent'anni, fu esentato dal servizio militare e così poté subito esordire nelle aule di giustizia.
A 26 anni, nel 1864, era già vice sindaco nella sua sezione di S.Lorenzo. Nello stesso anno venne eletto consigliere provinciale per il Mandamenti di Gragnano (comuni di Gragnano, Agerola, Casola, Lettere e Pimonte). Rieletto nel 1866 ricoprì la carica di vice segretario sotto la presidenza di Paolo Emilio Imbriani. Fu consigliere provinciale fino al 1883.
Nel 1867, il 28 agosto, venne di nuovo eletto consigliere al comune di Napoli, quando venne eletto nella stessa votazione il giureconsulto torrese Diego Colamarino, nominato sindaco della Sezione Porto.
Prima nel Consiglio Provinciale e poi nel Parlamento Nazionale propugnò ed ottenne la costruzione della strada Castellammare-Agerola-Amalfi; la costruzione del tronco ferroviario Castellammare-Gragnano e la ferrovia Torre Annunziata Centrale-Cancello-Caserta.
Egli fu il primo deputato a rappresentare Torre del Greco nel Parlamento italiano.
Si battè tenacemente per ottenere provvidenze a favore dei pescatori di corallo. Alla Camera egli tuonava contro il Governo:
non si è avuta forza sufficiente di garantire i pescatori di corallo sopra le Coste d'Algeria, dove da tempo remoto si esercita tale importante industria dagl'italiani, e segnatamente dagl'intrepidi marinai di Torre del Greco, con tale successo, che ci procaccia una preminenza invidiata, contrastata, ma giammai rapitaci, e per noi fonte di cospicua risorsa e di rinomanza.
Di fronte all'insensibilità del Governo verso le derelitte provincie meridionali (sempre trascurate) egli domandava nell'aula parlamentare:
E questa povera Napoli, il più importante centro d'Italia per popolazione e per movimento economico; che sacrificò volentieri tutti i suoi interessi sull'altare della patria, senza farne pompa e menarne vanto; che essendo già capitale più importante ed antica, fece getto di tutti i vantaggi, che all'uopo godeva, COME E' STATA RIMERITATA?!.
E ancora:
In tutti i bilanci, e specialmente in quello dei lavori pubblici, dev'essere equo ed imprescindibile di pareggiare con la maggiore possibile sollecitudine le provincie meridionalia quelle di altre regioni. Non è inoltre ragionevole che queste provincie, le quali nel 1860 rifornirono l'erario nazionale con i bei milioni, non siano tenute in considerazione, ma obliate e abbandonate (i bei milioni erano stati L. 443.281.665 e 23 centesimi).
Questo grande uomo, così battagliere e ostinato difensore dei diritti delle popolazioni meridionali, in piena legislatura, si rese protagonista di un gesto clamoroso. Per protestare contro il Governo SI DIMISE DA DEPUTATO, e in data 4 giugno 1873, informò i suoi elettori (non il partito) attraverso una chiara pubblicazione con la quale denunziava tutte le malefatte del Governo ai danni del Mezzogiorno.
Lo storico documento, che abbiamo nelle nostre mani, reca il titolo:
Agli egregi elettori del nono collegio di Napoli (S.Lorenzo, Torre del Greco, Resina) RENDICONTO dell'Avv. Giovanni della Rocca DEPUTATO DIMISSIONARIO.
Ma ciò che suscita in noi ammirazione e nello stesso tempo anche commozione sono le sue ultime parole nel «rendiconto» dell'uomo politico ai suoi elettori.
La mia dimissione non fu effetto di giovanile bollore e di sentimenti di amor proprio o di ambizione, sibbene mi vi spinse la sola mira del maggior bene pubblico.
Io non aspiro a manifestazioni lusinghiere, nè mi seduce il rilevante onore di una rielezione da cui vorrei essere dispensato.
Una sola ambizione io mi ho, ed è quella di conseguire l'indulgente compatimento, la simpatia e il benevole giudizio de' meritatissimi elettori che vollero innalzarmi ad un posto di gran lunga superiore alla modesta mia persona.

Giovanni Della Rocca venne rieletto per volere di POPOLO (allora la legge elettorale era veramente democratica: collegio unico uninominale) e fu deputato per ben undici legislature, dal 1870 al 1903, anno in cui morì.

Nel 1876, a seguito di elezioni anticipate, ed essendo andato al governo la sinistra del partito liberale a cui egli apparteneva, il Della Rocca, durante la seconda sessione della XIII legislatura (7.3.1878 - 1.2.1880 - al tempo era sottosegretario alla Giustizia) ottenne il decreto con la quale si istituiva a Torre del Greco la
Scuola d'incisione sul Corallo e di Disegno Artistico Industriale. Il decreto n. 4428 (Serie2) reca la data del 23 giugno 1878. La richiesta era stata avanzata dall'on. Della Rocca fin dal 1872.

Il primo presidente del Consiglio Direttivo della Scuola fu il professore Luigi Palmieri, direttore dell'Osservatorio Vesuviano, che tanto si era prodigato per Torre del Greco durante e dopo l'eruzione dell'8 dicembre 1861.
La scuola fu voluta anche dagli amministratori locali, ed in modo particolare dal dott. Antonio Agostino Brancaccio, consigliere provinciale e comunale. Eppure, non si crederebbe, gli artigiani torresi, dopo alcuni anni, vedendo le nuove leve uscire dalla scuola meglio preparate di loro in tutte le lavorazioni del corallo, temendo la concorrenza dei giovani, cercarono con ogni mezzo di sabotare la vita della scuola riuscendo perfino a chiuderla.Avvenne nell'ottobre del 1885.

A salvare la scuola non fu un torrese, anche se, poi, egli amò Torre del Greco, più degli stessi torresi.
Stiamo parlando di Enrico Taverna.
Inviato dal Governo, egli giunse da Torino (dove era nato il 4 maggio del 1864) nel marzo del 1886.
E quando sembrava che tutto crollasse, quando la scuola agonizzava, il 5 novembre, davanti al Consiglio Direttivo presieduto dal Cav.Aniello d'Amato, formato dall'On. Giovanni della Rocca,dal Cav.Dott. Antonio AgostinoBrancaccio e dal Sig. Aniello Mazza «papote» presente il rappresentante del Prefetto, il ventiduenne giovane artista Enrico Taverna, dopo di aver illustrato ai presenti il programma svolto durante il breve periodo di quell'eccezionale anno scolastico che durò dal 27 marzo al 27 agosto 1886, e dopo aver espresso la sua fiducia negli insegnanti e negli allievi e comunicato al Consiglio alcuni pareri espressi dal pittore napoletano senatore Domenico Morelli circa il materialer didattico da acquistare per il disegno dal vero, quali busti e bassorilievi in gesso e getti di antichi cammei, così concluse la sua relazione:
Dunque coraggio! produciamo (mercé fondati studi) artisti veri, esperimentiamo nuove applicazioni, e, se poi i nostri tentativi riusciranno infruttuosi, avremo però sempre la coscienza d'aver tentato.
Il tentativo di Enrico Taverna non fallì: la scuola era salva e in pochi anni raggiunse una rinomanza mondiale, distinguendosi in tutte le più importanti esposizioni internazionali.
Il Taverna, fin da giovanissimo, era già un tecnico, prima di divenire poi il grande maestro ed educatore quale egli fu, e come tale conosciuto in diverse nazioni europee.
Compì gli studi presso l'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino meritandosi innumerevoli premi e medaglie in tutti i concorsi ai quali aveva partecipato.
Dopo gli studi fu destinato al Museo Artistico Industriale di Torino. Da qui, con la lettera del Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio, in data 12 marzo 1886 (vale a dire all'età di 22 anni non ancora compiuti) fu inviato a Torre del Greco a dirigere la Scuola d'Incisione sul Corallo e di Disegno Artistico Industriale. Tale era la denominazione della scuola all'atto della sua fondazione.
Egli viveva soltanto per la scuola, fin da quando vi aveva posto piedi (non le mani).
Qelle che seguono sono sue parole stampate nella sua prima relazione pronunciata il 5 novembre 1886 davanti al Consiglio Direttivo.
Per plauso e per disposizione dello stesso Consiglio, ne furono stampati cento esemplari nella tipografia Giannini di Napoli. Ed ecco le parole del Taverna con le quali egli esprime la riconoscenza verso il Consiglio e la sua promessa per il futuro:
Sì nobile ed onorevole incoraggiamento mi sarà dunque continuo sprone verso il mal praticabile e difficile cammino del progresso, per quanto potranno le mie forze. Mi siano propizi il mio desiderio e la mia perseveranza nel forte volere.
Quella perseveranza e quella volontà accanita durarono poco meno di mezzo secolo; per l'esattezza 48 anni.
Egli ci parlava sempre della scuola e solamente della scuola, mai di se stesso o della sua attività artistica, né, tantomeno, dei suoi fatti personali. Egli, oltre l'arte, insegnava la modestia e la lealtà con il suo esempio.
Per la sua riservatezza, noi che scriviamo, pur avendo vissuto per tanti anni al suo fianco, non avevamo mai saputo che il suo primo nome non era Enrico, ma Giovanni, anzi : Giovanni, Enrico, Achille...

Agli inizi dell'anno scolastico 1902-1903 maestri e allievi della Scuola lavoravano alacramente al programma per la celebrazione del XXV anniversario della sua fondazione. Il prof. Domenic Porzio già preparava la medaglia commemorativa, quando nella sua casa di Napoli, il 23 febbraio 1903, tra l'universale cordoglio, si spegneva Giovanni della Rocca, deputato al Parlamento per undici legislature e per 33 anni ininterrottamente reppresentante politco di Torre del Greco.
Enrico Taverna davanti alle spoglie mortali dell'uomo illustre, volle esprimere tra le lacrime tutto il dolore e la riconoscernza che in quel momento riempiva gli animi degli allievi e dei maestri di quella gloriosa scuola.
La scuola torrese del corallo - egli disse - compiendo al 23 giugno prossimo il 25° anniversario della sua fondazione, si preparava adesso a festeggiare il suo illustre fondatore e presidente...
Ed ora ch'ei godeva del conquistato primato della prediletta sua scuola, portata ad esempio di modernità per le antiche sue riforme didattiche ed artistiche, egli è sceso nel regno inconsolabile della morte.
Il 23 giugno seguente, sia pure con mestizia, venne celebrato l'anniversario com'era stato già programmato e l'allora presidente, il comm. Bartolomeo Mazza fece murare nei locali della scuola una rapide ricordo. Tra una cornice di foglie d'allorocome voleva lo stile liberty dell'epoca, si leggevano le seguenti parole:


ANTONIO AGOSTINO BRANCACCIO E GIOVANNI DELLA ROCCA
NELLA RICONOSCENTE MEMORIA DEI FIGLI DELL'ARTE
VIVRANNO IMPERITURI
QUALI PROMOTORI ED APOSTOLI
DI QUESTA R.SCUOLA D'INCISIONE SUL CORALLO
E DI ARTI DECORATIVE ED INDUSTRIALI
NEL 25° ANNIVERSARIO DELLA SUA FONDAZIONE
IL CONSIGLIO DIRETTIVO POSE QUESTO RICORDO
AFFERMANDO I PROGRESSI DELL'ISTITUTO
CHE ANTESIGNANO NELLE AUDACE RIFORME
DELL'INSEGNAMENTO ARTISTICO
PRIMO INDIRIZZATO AI MODERNI CONCETTI
DEL NUOVO RINASCIMENTO NELL'ARTE
BENE AUSPICANDO
LO STORICO SEGNACOLO DEL SECOLO

La lapida era sormontato da un bassorilievo raffigurante le due teste a profili affiancati di Antonio Brancaccio e di Giovanni Della Rocca. Venne rimessa nel periodo in cui la scuola cambiando «sesso»
ed indirizzo, diventò (nobless obligue) : Istituto Statele d'Arte.

Di istituti d'arte se ne contano a centinai, ma la Scuola d'Incisione sul Corallo di Torre del Greco, fondata nel 1878, era l'unica al mondo, ed era stata istituita proprio per la formazione degli artigiani torresi. Il cambiamento dell'indirizzo della scuola è stato un grave attentato perpetrato ai danni di Torre del Greco e specialmente all'industria del corallo.
Il ricordo marmoreo di Antonio Agostino Brancaccio e di Giovanni Della Rocca, cioè la lapide di cui abbiamo riportato l'iscrizione, giace all'intemperia nel chistro dell'antico convento in cui si alloggia la scuola...oh, scusate, l'Istituto Statale d'Arte!.

Nel febbraio del 1978, all'approssimarsi della data del centenario della fondazione della scuola, sul giornale «La Torre», pubblicammo un articolo sul fondatore Della Rocca, e concludemmo con un invito a chi di dovere a rimettere al suo posto la lapide rimossa, «affinché Torre del Greco non dimentichi»
Dopo tre anni e dopo le supplichevoli lamentazioni rivolte ai politici e a culturati, ci è stato detto che non si trova nessun marmista disposto ad eseguire il lavoro. Inutile aggiungere che alla data del 23 giugno 1978 la ricorrenza del centenario della fondazione della scuola non venne celebrata.
Un rimorso ci attanaglia: se non avessimo scritto NOI quell'articolo, ed avanzata NOI la proposta per il ripristino della lapide, certamente sarebbe stato celebrato il centenario e trovato anche...il marmista....affinché Torre del Greco non dimentichi.
Un'altra cosa, che i torresi non dovranno mai dimenticare, riguarda il cosiddetto Museo del Corallo annesso all'attuale «Istituto d'Arte», del quale, dopo il massacro di questi ultimi anni, oggi si chiede la restaurazione dalle colonne del giornale locale («La Torre» ottobre 1980).
Dallo stesso giornale, nell'aprile del 1968, i torresi avevano appreso attraverso una strabiliante «notizia storica» che il Re Ferdinando IV nel 1810 volle istituire il Museo del Corallo, annesso alla Scuola d'incisione.
Come tutti sanno, nel 1810, Ferdinando si trovava a Palermo, mentre sul trono di Napoli era assiso Giuseppe Murat, e la Scuola d'Incisione era ancora di là da venire.
Dovevano trascorrere altri 68 anni. E visto che l'inquinamento «storico culturale»sta diventando preoccupante, dobbiamo per forza ricorrere ad altre precisazioni per quanto riguarda il Museo del Corallo, come pomposamente viene chiamato.
Il petente che chiede la restaurazione del locale, ripetendo fino alla nausea le parole arte e cultura, cultura e arte, con tutte le «manifestazioni culturali» di questo mondo, lascia capire che negli «anni settenta», la genialità e la civiltà (!!!) di Torre del Greco, «si è addirittura decuplicata», tramite il «Museo del Corallo».
Il «docente» articolista accenna pure a qualche dato storico, e ci fa capire che la Scuola (puah!) ma l'Istituto d'Arte venne «ospitato nel vecchio complesso conventuale che fu dei CarmelitaniScalzi».
Pur vivendo strisciando sotto la sottana protettrice di un prete e pur annidatosi in una sagrastia adattata a galleria d'arte...sacra, gestita a conduzione famigliare, certi «docenti» non sanno neppure che nel convente del Carmine di Torre del Greco, c'erano i Carmelitani calzi, non quelli scalzi. Gli scalzi stavano, e stanno ancora, nel convento di S.Teresa.
L'articolista scrive inoltre che «in quella poi che dovette presumibilmente essere una delle cappelle del convento o, chissà, forse il refettorio, è ospitato il Museo del Corallo».
Non è vero niente di tutto questo. E dato che in tutto l'articolo non c'è alcun cenno all'epoca in cui il «museo» sorse, abbiamo l'obbligo di informare i torresi e i non torresi, affinchè sappiamo esattamente quando e come sorse il cosiddetto Museo del Corallo.
L'idea di istituirlo era già nell'aria fin dalla fine del secolo scorso ed era progetto di Enrico Taverna.
In una pubblicazione del 1896, leggiamo: Per meglio incoraggiare l'industria artistica , la Scuola d'incisione ha istituito un'officina per la produzione ed il commercio di oggetti artistici di novità e sta fondando anche un Museo del Corallo, che sarà unico nel suo genere ed una singolare attrattiva della città..

Il susseguirsi degli eventi non dovettero consentirne la realizzazione: primo fra tutti la scomparsa del presidente Della Rocca (1903) , indi l'eruzione del Vesuvio (1906) e poi la Grande Guerra 1915-18.
Nel 1928 ricorreva il cinquantenario della fondazione della Scuola e la data passò sotto silenzio, anche perchè allora si pensava a...«marciare».
Dopo la «marcia», nel 1930, invece delle chiacchiere, vennero varate consistenti provvedimenti a favore della Scuola, tra le quali la ristrutturazione delle aule e l'ampliamento di tutto il complesso, utilizzando i locali a pianterreno che non erano stati mai della Scuola.
Il costo complessivo dei lavori non superò le 400.000 lire, così erogate:
dal Ministero dell'Educazione Nazionale, lire 175.000; dal Comune di Torre del Greco, lire 87.500;
dall'Amministrazione Provinciale, lire 87.500; ed infine dal Banco di Napoli, lire 50.000 che vennero spese, tutte o in parte, per il pavimento maiolicato del salone di esposizione.
E di tutti i particolari di cui diamo notizia li conosciamo per cognizione di causa e non per sentito dire, anche perchè frequentavamo la Scuola non come alunno, ma come collaboratore del direttore Taverna e nessuno più di noi ha avuto l'onore di conoscerlo tanto da vicino e di seguirlo come maestro di vita.
Proprio durante il corso dei lavori, che si protassero un po' a lungo perchè la Scuola non cessò mai di funzionare, il direttore Taverna ci affidò il còmpito di disegnare le tavole di un suo progetto per una chiesa da costruirsi a Buenos Aires, progetto commissionato dai Padri Missionari dei Sacri Cuori di Secondigliano.
Per qualche giorno fummo distolti da questo lavoro per eseguire i rilievi del salone che già si profilava nel grezzo e che il progettista, direttore dei lavori, aveva richiesto per la decorazione da predisporre.
Il progettista era lo stesso ispettore ministeriale, l'ing. arch. prof. Giovan Battista Céas.
Ai marittimi torresi, e sono tanti, diremo che l'architetto Céas fu il grande innovatore dell'estetica architettonica delle navi di tutto il mondo,con la costruzione delle due motonavi «Saturnia»e «Vulcania» che, prima di appartenere alla Società di Navigazione «Italia» facevano parte della flotta Cosulich di Trieste.
Diremo anche che il Céas è autore di un interessantissimo studio sull'architettura di Capri, dove egli sovente risiedeva in una sua villa. Quello che non diremo è il grande imbarazzo che provavamo quando dovevamo tracciare sia pure dei semplici elementi architettonici, tenendo seduto al nostro fianco un uomo di tale elevatura. Ci perdonino i lettori se ci siamo lasciati trasportare dalla nostalgia per quei tempi...diciotto anni l'età! La giovinezza.
Per la precisazione dobbiamo aggiungere subito che il salone non venne ricavato né da una cappella, né tantomeno da un refettorio - come il«docente» scrisse sul giornale locale - ma da piccoli vani dei quali furono abbattuti i muri intermedi. In quelle stanzette fino a qualche anno prima c'era stata un'officina meccanica.
Pur se i lavori per la ristrutturazione del complesso non furono finiti, dato che la Scuola era stata intitolata alla Principessa di Piemonte, il 10 luglio 1032, avvenne l'inaugurazione con l'intervento dei Principi.
Per l'occasione, il pittore Salvatore D'Amato eseguì il tappeto di fiori lungo il corridoio d'ingresso.
Il bravo artista ebbe cura di presentare il tappeto con un angolo piegato che il principe Umberto si premurò di stendere con la punta dei piedi, rimanendo poi dispiaciuto per averlo, con il suo gesto, disfatto.
Salvatore D'Amato fu nominato cavaliere della Corona d'Italia e nessuno lo seppe mai.
Per l'evento fu murata una lapide. Noi la riportiamo anche se...passata di moda, con la speranza che non ci accusino di sacrilegio o di offesa alla democrazia.
Le lapidi fanno parte integrante della storia e non si dovrebbero distruggere e nemmeno piallare per cancellare «qualche» nome.

VITTORIO EMANUELE III RE VITTORIOSO
DUCE BENITO MUSSOLINI
QUESTA REGIA SCUOLA PRINCIPESSA MARIA DI PIEMONTE
INSTAURATA
PER VOLERE DEL GOVERNO NAZIONAL FASCISTA
INAUGURAVA IL 10 LUGLIO 1932 - X - E.F.
PRESENTI E AUSPICANTI
LE LL.AA.RR. IL PRINCIPE E LA PRINCIPESSA DI PIEMONTE
IL MUSEO DEL CORALLO
ONDE L'ARTE INDUSTRIE E IL SENTIMENTO CREATORE
DEL NOSTRO POPOLO IN FORME DI BELLEZZA
S'ETERNA

Il 22 aprile 1933 i reali personaggi erano di nuovo a Torre del Greco per inaugurare gli altri locali i cui lavori erano stati portati a termine.
Enrico Taverna non poteva chiudere meglio la sua lunga e luminosa carriera di artista e di educatore. Maestro di vita oltre che di arte , dopo 48 anni, durante i quali la Scuola toccò tutti i vertici dello splendore , mai più raggiunti, egli lascio la direzione .
Il 6 ottobre del 1934 l'incarico venne affidato al prof. Renato Ferracciù artista dedicato e preparatissimo.
La stragrande maggioranza degli oggetti raccolti nel Salone di esposizione risalgono al periodo in cui egli diresse la Scuola.
Dopo il secondo conflitto mondiale la Scuola non ha avuto più storia. Anzi, come dicevamo prima, è scomparsa addirittura, per dar posto all'attuale Istituto d'arte, che nulla ha a che vedere con l'antica Scuola d'Incisione sul Corallo, unica al mondo nel suo genere.
L'eredità di quegli uomini non è stata raccolta da nessuno - al contrario di quanto affermano falsamente certi millantatori in fregola di «arte e cultura, cultura e arte» - ; semmai, proprio quella «eredità», è stata depauperata e distrutta, ripetiamo, con grave nocumento per Torre del Greco, per l'industria del corallo e per l'artigianato torrese.

L'intraprendenza dei torresi sul mare non ha mai avuto limiti.
Nel 1888 un armatore di Torre del Greco, non sappiamo chi fosse, né quali mezzi adoperò, tentò la pesca delle perle nel Mar Rosso, lunga la costa dell'Eritrea. Lo Strafforello, dal quale abbiamo attinto la notizia, afferma che l'operazione fallì perchè i marinai torresi non poterono resistere a quel clima torride. Siamo portati a credere che invece delle perle i torresi trovarono le fauci spalancate degli squali che infestano quel mare.
Nel 1895, oltre alle 111 barche partite alla volta di Sciacca per la pesca del corallo, levarono le ancore dal porto di Torre del Greco ben 54 trabàccoli diretti all'isola di Lampedusa per la pesca delle spugne.
Il trabàccolo, un piccolo bastimento dalla forma tozza e con la carena piatta, è un imbarcazione ancora usata nell'Adriatico e che i torresi per l'uso che ne facevano chiamavano «'a spugnara».
Intorno agli anni '20 di questo secolo tale attività era ancora viva.

*****************